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Negozi e locali chiusi, in centro storico lo scenario è desolante

I portici in via Emilia

Reggio Emilia, resiste il Bar Pietranera, che continua a illuminare i portici di via Emilia San Pietro. Il titolare Tazio Musi: «Il nostro è un servizio, nonostante tutto non molliamo»

REGGIO EMILIA. Un’atmosfera spettrale, quasi da film. Di quelli che raccontano di sciagure e catastrofi e poi mostrano ciò che resta della Terra il “giorno dopo”.

Il caffè della gabella


Qui, più che di giorni, si parla ormai di mesi. Ma lo scenario apocalittico che investe gli occhi in via Emilia e in centro storico fa tornare d’incanto indietro nel tempo, a quando si poteva fare due chiacchiere con gli amici senza avere paura di contagiare e contagiarsi, fare acquisti nei negozi toccando tutti – ma proprio tutti – i capi esposti, fermarsi a bere un calice di vino in aperitivo, gustarsi un buon caffè. Sembra ieri, no? Invece i giorni si sono accumulati uno sull’altro, diventando settimane e poi quasi un anno. E con la stessa inesorabile velocità si sono ammassati i “nuovi positivi” e, tragicamente, i morti.

Il bar del grattacielo


Col dolore non si può gareggiare, ha senso sfidarsi a chi ha sofferto di più?, ma di perdite ce ne sono state tante. Basta andare in centro a Reggio in uno qualunque di questi giorni “cangianti” per rendersene conto. Per strada, vuoi anche a causa di questa pioggerellina battente che penetra fin dentro le ossa, non c’è quasi nessuno. Le fontane del Valli giocano a rincorrersi emanando zaffate di cloro che passano anche la barriera della mascherina. Il cappello dimenticato da Babbo Natale illumina ancora piazza Martiri del 7 Luglio. Ci penserà la Befana a portare via tutto.

Il bar del grattacielo


Ma un momento, che giorno è? Di che colore? Poco importa. È tutto chiuso. Resistono i negozi delle catene (neanche tutti), le edicole (il nostro Davide contro Golia), qualche ottico, alcune profumerie. Alle tante saracinesche abbassate, ai cartelli “Chiusi per ferie” che spingono a corrugare la fronte nel tentativo di ricordare se anche lo scorso anno fosse così, fanno da contraltare le vendite promozionali avviate dai pochi “resistenti”. Per i saldi veri bisognerà aspettare la fine del mese, chissà come saremo messi allora.

Intanto di bar aperti nemmeno l’ombra. Questo dicembre ci ha abituati a non vedere più le distese di sedie e tavolini, sostituite da serpentine di persone in attesa di un caffè e una pasta da passeggio, ma nel paesaggio pandemico non ci sono più nemmeno loro.

Tazio Musi del Bar Pietranera


La vetrina brillante del Bar Pietranera (aperto nel 2013 al posto della profumeria di cui ha mantenuto il nome) sembra un miraggio. Eppure Tazio Musi, il titolare, sta sistemando dei fiori e saluta i suoi clienti. «Noi siamo sempre aperti!», esclama di fronte alla nostra perplessità. E si mette a raccontarci la sua fatica tra affitto alle stelle, programmazione alla cieca, nuove regole da far rispettare anche al di fuori del suo locale: un impegno che lui si appunta al petto come una medaglia, come la decisione di non alzare i prezzi. «Sto lavorando per sopravvivere – dice – non ci guadagno, ma il nostro è un servizio, non possiamo proprio chiudere. Quest’anno, in via del tutto eccezionale, non abbiamo lavorato il pomeriggio di Natale e del primo gennaio, ma non era mai successo». Oltre a lui, nel bar, lavorano un dipendente a tempo pieno e un altro a ore. Prima, prima della pandemia, c’erano due persone in più, tutti a tempo pieno. «Ho perso più di 50mila euro senza contare dicembre, mese in cui solitamente raddoppiamo il fatturato», dice Musi limpidamente. Ma poi scuote la testa, come a mandar via pensieri nefasti, e torna a sorridere sotto la mascherina: «Si fa quel che si può, noi ci siamo. Ditelo a tutti, noi ci siamo».

Il caffè della gabella


Anche se, tra zone colorate e nuove abitudini, si fa fatica a prenderci le misure. «Ieri mi ero fatto portare poche paste, e ho avuto il pienone. Oggi ho aumentato la dose e credo me ne rimarrà più della metà. Ormai non si possono fare programmi». Non che le paste in più vadano buttate, anzi. Musi ha deciso di sciacquare il grigio di questo cielo donando quello che gli rimane alla Casa della carità, ogni sera. E ha dedicato un pensiero anche all’ambiente: bicchierini, bastoncini e sacchetti sono tutti biodegradabili. «È necessario», afferma. Come necessario, per lui, è rimanere aperto nonostante tutto: «Mi dispiace che gli altri non lo facciano. Ci lamentiamo sempre dei centri commerciali, stavolta avremmo potuto rubare un po’ di clienti e invece niente. Non siamo neanche stati capaci di organizzare qualche iniziativa che invogliasse la gente a venire in centro». —

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