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Vita al Rifugio Segheria con oltre due metri di neve e tanta voglia di riaprire

Villa Minozzo: la testimonianza dei gestori Marcello e Sara che nella struttura ci vivono. «Due ore per raggiungere a piedi Civago per la spesa, ma siamo pronti per chi passa se la Regione cambia colore»



VILLA MINOZZO. La linea del telefono fisso che va e viene: il ponte radio salta. Quella di internet che deve essere sempre manutenuta affinché resti attiva, perché senza telefono è quello l’unico modo per restare in contatto con l’esterno. Poi naturalmente la necessità di non far spegnere il fuoco nel camino, per tenere calde le stanze ed evitare il gelo. E poi spalare e rispalare la neve che cade da giorni e non sembra intenzionata a smettere: ieri mattina era arrivata a quota due metri e dieci centimetri, e le previsioni ne annunciavano altra.



Procede così la vita al Rifugio Segheria, a quota 1.400 metri nel cuore dell’Abetina Reale, a Civago di Villa Minozzo. Marcello Terzi e Sara Perazzoli – gestori della struttura dalla scorsa estate – in questo periodo di emergenza sanitaria, in cui zona rossa e arancione si intervallano, diventano primi, e quasi unici, testimoni di questa nevicata eccezionale, di quelle come non se ne ricordavano da tempo nel cuore dell’Appennino. Perché se tutti i rifugi sono chiusi, causa Covid appunto, e le escursioni di fatto vietate con il divieto di spostarsi, loro due, assieme alla loro cagnolona Jenga, alla Segheria ci vivono. E dunque, ci sono a raccontare quanta neve c’è.

Marcello Terzi con Jenga mentre si occupa del camino


«Stiamo bene. Aspettiamo e speriamo che dal 7 non saremo più “rossi”» racconta Marcello Terzi durante una telefonata WhatsApp. Già, perché l’obiettivo resta quello: riaprire il prima possibile. E accogliere i tanti escursionisti che, davanti a tanta neve, non vedono davvero l’ora di raggiungere il Crinale.

La neve copre per intero la finestra del rifugio


Intanto, però, Sara e Marcello affrontano la quotidianità, in questo isolamento forzato dalla pandemia e con la neve diventato davvero suggestivo. «Le giornate passano anche troppo veloci. Sono scandite dall’approvvigionamento della legna, tenere il fuoco acceso, spalare, misurare la neve: perché ormai mi sto dedicando a tenere aggiornati i manometri» racconta Sara, che ieri è scesa a piedi fino a Civago.

Un cammino, il suo, di circa due ore attraverso il sentiero Cai 605 con le ciaspole ai piedi, perché questo è l’unico modo per riuscire a spostarsi con tanta neve. «Sono scesa per andare a fare la spesa di prodotti freschi» confida. La speranza infatti è che, dopo l’Epifania, si torni almeno in zona arancione. E in quel caso, è vero che i rifugi dovrebbero rimanere chiusi, ma l’asporto sarebbe consentito. E qualche escursionista di passaggio arriva sempre, e certo dentro non potrà fermarsi, ma potrà comunque contare su qualcosa di fresco e di buono da mangiare per proseguire la camminata nel suggestivo scenario che la neve regala.

Oggi Marcello raggiungerà Sara a Civago, e insieme, con gli zaini carichi di provviste, ritorneranno alla loro fidata Jenga al rifugio.

«Ce la caviamo, esperienza ne abbiamo. Ed è una vita che ci siamo scelti» assicura Sara, che come Marcello non è nata in montagna (sono entrambi originari della Bassa modenese, tra Rovereto di Novi e Carpi) e qui ci sono arrivati anche dopo una lunga esperienza nelle Alpi.

Al rifugio non temono pericoli. «Se vai più su, inizia a esserci il rischio slavine, ma qui no» assicura Marcello. L’unica cosa che guardano con un po’ di attenzione è il tetto. «È molto carico e sono previsti altri 20 centimetri di neve...» rivela Sara. Ma la loro forza è quella di essere esattamente dove desideravano. —

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