Nel magico regno di Sergio Rabitti, dove l'arte strizza l'occhio alla vita

Reggio Emilia, nato commerciante d'auto è diventato artista. Nel suo studio in piazzetta 24 Maggio, all'angolo con via Monte Cusna, ci sono anche Babbi Natale irriverenti e Befane furbacchione... con tanto di mascherina

REGGIO EMILIA. «Educate provocazioni artistiche». È così che Sergio Rabitti, nato commerciante d’auto e diventato strada facendo artista (al punto da averlo scritto sulla carta d’identità), definisce le sue opere. E basta dare un’occhiata nel suo regno – una piccola e coloratissima vetrina in angolo tra via Monte Cusna e piazzetta 24 Maggio – per capire il perché.

Nell'universo di Sergio Rabitti, artista reggiano che ha fatto dell'ironia la sua firma

Fiori che crescono rigogliosi in vasi da notte (“Dai diamanti non nasce niente...”, per dirla con De André), Re Magi che rincorrono la stella cometa in motocicletta o si avvicinano all’oasi con corona in testa e salvagente a forma di paperetta intorno ai fianchi, nature morte di pitali e fusti di detersivi che paiono oche. E poi ancora, non nella grotta ma a bordo di una utilitaria, due gioiosi Giuseppe e Maria: sono appena diventati genitori, Gesù è in fasce e forse piange, ma lei che cosa tiene in mano? Un cellulare, per informare sua madre del lieto evento.

Inconfondibile la serie del “Natalaggio”: salviamoci con il Natale o salviamo il Natale da noi? Ci sono Babbi Natale ovunque: uno fa la pipì sulla neve (“Non mangiare mai la neve gialla”), un altro legge le previsioni meteorologiche mentre fa la pupù. Lì ce n’è uno che ricorda la Venere di Botticelli, con tanto di renna che gli smuove i candidi capelli con il fiato; là un altro spinge la sua Ferrari... rimasta senza benzina. Ma adesso che Natale è passato (e il Babbo è diventato magro magro, come l’Urlo di Munch, perché nessuno gli ha aperto la porta né gli ha lasciato da mangiare, per via del virus) non potevano mancare le Befane. E infatti. Quella dell’anno scorso si fa portare in giro sul tandem da un Babbo Natale un po’ ingenuotto (è l’unico dei due a pedalare, com’è che era? “L’unione fa la forza”), mentre quella di quest’anno, mascherina sul viso, è in sella a una vespa guidata dal solito Babbo «che a causa del Covid si è dovuto reinventare... sempre facendo consegne».

I Re Magi in motocicletta

L’autore se la ride, forse finalmente lo abbiamo capito anche noi: vuoi che il segreto sia proprio l’ironia? Secondo Attilio Marchesini – che ha firmato la prefazione del catalogo generale di Sergio Rabitti, pubblicato lo scorso settembre, nel quale tra l’altro l’artista compare con un paio di mutande inamidate in testa – è questa sua capacità di stupirsi e divertirsi ad aprire la porta della comprensione di tutto ciò che ci circonda. «Attraverso la sua pittura – scrive Marchesini – Rabitti non ha paura di essere se stesso e non teme di mostrarsi per quello che è». Allo stesso modo non ha paura di mostrare gli altri per quello che sono: una Befana furbacchiona, un Babbo Natale vittima dei più fisiologici bisogni... «Io sono un putto – ci dice sorridendo – e anche per questo, forse, sono rimasto un bambino. Mi viene facile divertirmi e stupirmi. Da quando ho iniziato a dipingere mi si è spalancato un mondo. Sto vivendo più adesso, che sono vecchio, di quando ero giovane. L’arte è vita... infinita».

Quando Abramo era in tv con Sgarbi

Nato a Reggio ormai quasi 74 anni fa, figlio di un commerciante d’auto, nella prima parte della sua vita ha continuato il mestiere del padre. Poi nel 1993, vicino alla pensione, si è dato alla pittura. «Non sapevo giocare a carte – dice – avevo bisogno di un hobby». Ma non è rimasto un autodidatta: sono stati suoi maestri il professor Giuseppe Incerti, il pittore Paolo Menozzi (esperto di pittura en plein air), la professoressa di scultura Caterina Coluccio e il direttore dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, Emilio Contini. Per anni ha partecipato alle attività del “Circolo degli artisti” e non ha più smesso di studiare la storia dell’arte. «Non si può fare arte se non si conosce chi è venuto prima di noi», afferma. E nelle sue opere – quadri, sculture, installazioni – i richiami sono evidenti: Ligabue, Modigliani, Picasso, Manzoni (vi lasciamo scoprire come...), Duchamp.

Alcune opere di Sergio Rabitti

«Mi piace sperimentare – dice – uso tecniche miste e spesso cambio i supporti: non solo tele ma cartoni telati, pannelli di policarbonato, vestiti». Mentre ci mostra la sua collezione ci accorgiamo di piccole rose “spuntate” sul bavero della sua giacca a vento nera, mentre i suoi pantaloni raccontano la favola di Peter Pan con tanto di duello, da gamba a gamba, con Capitan Uncino. Ogni sua opera ha dietro una storia e lui, che è anche attore, è bravissimo a raccontarla: come quando, per esigenze di scena, ha dovuto portare sul palco dei quadri rovinati (i “Rinnegati”) che però, con le pennellate ricevute durante lo spettacolo, «sono diventati dei capolavori».

Sergio Rabitti mostra una sua cartolina di Natale

Nel suo studio si riconoscono i personaggi più conosciuti di Reggio, immortalati in ritratti coloratissimi. Ma ci sono anche strani cartelli stradali ("Divieto rapina su ambo i lati", "Attenzione pericolo maniaci", persino una "Casa chiusa aperta"...), paesaggi, ritratti di animali, piccole sculture. Nascosto dietro alcuni quadri, Rabitti tiene un plico di cartoline natalizie: «Da vent'anni le regalo ai reggiani – racconta – è il mio modo per ringraziare la città».

Il ritratto della Candida

Il quadro a cui è più affezionato, e che vorrebbe donare ai Musei, ritrae la Candida che porta in giro le sue borse e i suoi sacchetti. «Ci ho guardato dentro una volta – ricorda – non c’era niente, solo altre borse». Il soggetto ideale per chi, da molto tempo, è approdato nell’Isola che non c’è. —

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