Cosca e fatture fasulle l’imprenditore patteggia

venezia. Nell’articolato processo sull’infiltrazione in Veneto della ’ndrangheta spunta – in tribunale a Venezia – un patteggiamento della pena.

Due anni e quattro mesi di pena e l’imprenditore Federico Semenzato esce dal processo. Il giudice ha accettato l’accordo di patteggiamento che l’avvocato Loris Tosi, legale dell’imprenditore mestrino, ha trovato con la pm Paola Tonini. Da un punto di vista economico a Tosi sono stati confiscati beni per un milione di euro. Ha inoltre saldato il conto con l’Erario versando 5 milioni di euro. In sostanza emetteva fatture false per ottenere soldi liquidi. Quei soldi provenivano, attraverso altri imprenditori, dal clan Bolognino. Una potente famiglia appartenente alla ’ndrangheta secondo la ricostruzione della Dda di Venezia. Semenzato che ha sempre ammesso di aver creato il meccanismo di fatture false per avere denaro liquido, nega di conoscere la provenienza criminale dei soldi. Comunque per l’Antimafia era diventato con le sue imprese, nei settori infrastrutture ferroviarie e alberghiero, una “lavatrice” per il denaro della ’ndrangheta. Alla fine è riuscito a salvare le sue imprese con i loro 150 posti di lavoro. L’indagine Camaleonte – da tempo approdata in aula – è sul cosiddetto clan Bolognino, per la Dda in collegamento con la famiglia cutrese Grande Aracri.


Processo che vede imputati anche imprenditori e sodali veneti, che avrebbero trattato e agito per il gruppo criminale accusato di usura, riciclaggio, minacce: reati- fine che ci si aspetta da un’associazione mafiosa che “investe” al nord. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA