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Dal sottosuolo delle ex Reggiane riaffiorano foto “marce e sublimi”

Dario Tarasconi e Andrea Scazza

A trovarle sono stati Dario Tarasconi e Andrea Scazza «Modificate da agenti esterni, è la fabbrica che si racconta»

REGGIO EMILIA. Quando si passa di fianco alle ex Officine Reggiane, tendenzialmente, si accelera. Abbandonate, in rovina, decadenti, sono diventate casa per chi una casa non ce l’ha, ma anche base per delinquenti e spacciatori. Quanti titoli di giornale, quanti pezzi di cronaca nera. E allora via, veloci, lontano dal degrado.

Una delle fotografie ritrovate nel sottosuolo delle Reggiane


Eppure nessuno è immune dal loro fascino: sono pagine imponenti di una storia immortale, figlie – o madri – di una grande Reggio Emilia. Siamo certi, tuttavia, che abbiano smesso di produrre? Che quel prefisso, “ex”, sia sinonimo di inattività, non-vita? Se lo chiedono Dario Tarasconi e Andrea Scazza, due trentenni che, attratti dal mito della fabbrica e ancora di più dal suo stato attuale, si sono avventurati tra le palazzine abbandonate e sono riemersi con un centinaio di fotografie di cui nessuno era a conoscenza.

Operazioni per il recupero delle immagini


Sono immagini delle Officine Reggiane, degli operai al lavoro, dei pezzi e motori prodotti che non hanno nulla a che vedere con le fotografie storiche a cui siamo abituati. «Si tratta di materiale fotografico che ha subìto processi di modificazione del tutto casuale – spiega Tarasconi – con un impatto visivo straordinario».

Dove le avete trovate?

«Nello scantinato di quello che era l’archivio delle Reggiane, un’area che non è stata bonificata. Per raggiungerlo ci siamo calati da una finestrella a livello della strada. Gli inquilini delle Reggiane, infatti, avevano sigillato porte e finestre perché d’estate si alzavano dei miasmi insopportabili. Buttate alla rinfusa, per terra o dentro scatoloni, abbiamo trovato fotografie inedite che probabilmente non sono nemmeno mai state catalogate. Quando siamo usciti e le abbiamo guardate bene, abbiamo capito la loro potenza».

Nell'ex archivio sono state ritrovate centinaia di fotografie "marce e sublimi"


Che cosa le distingue dalle altre immagini raffiguranti le Reggiane?

«Le fotografie che abbiamo trovato hanno subìto un processo di deterioramento che ha dato vita a composizioni astratte non intenzionali, in cui tuttavia restano tracce che permettono di riconoscere il soggetto originario: l’uomo, la fabbrica e la tecnologia. È una sorta di narrazione che il luogo fa di se stesso tramite ciò che è rimasto giacente sul fondo, rielaborando in modo del tutto autonomo la propria memoria. Lo scioglimento dei pigmenti, l’azione delle muffe e la macerazione della carta diventano ornamenti casuali del tempo: una “mano invisibile”, raffinata e sapiente, capace di impreziosire ciò che è stato abbandonato (e dimenticato). Questo straordinario processo ha dato vita a un’inedita iconografia “jolie laide”, marcia e sublime, sospesa tra l’onirico e il surreale, capace di strappare all’oblio i frammenti della memoria di un luogo simbolo della storia del ’900, e di restituirceli con una potenza estetica sconvolgente».

Qui è ancora riconoscibile la figura umana


Non-fotografie che mantengono caratteristiche della fotografia, ritrovate in un luogo che non è più quello per cui era stato progettato.

«Qualcosa di sorprendente. Tanto più che, in molte delle fotografie ritrovate, la figura umana rimane preservata come a suggerire l’impossibilità di cancellare quella operosa umanità che un tempo popolava la fabbrica. La memoria dal sottosuolo di una storia che non vuole e non può essere dimenticata».

Una delle fotografie ritrovate da Tarasconi e Scazza


Perché avete deciso di esplorare le Reggiane, due estati fa?

«Le Officine Reggiane rappresentano un mondo che abbiamo perso: la fabbrica era un luogo del saper fare, abitata da una categoria operaia con grande senso di appartenenza e orgoglio. Uomini e donne che sapevano passare dalla carta al concreto, operai che però erano anche costruttori di nuove realtà, di futuro. Da anni, per ricordare questa storia, si fanno cose bellissime, ma tutto quello che viene realizzato mostra un aspetto conservativo, pulito, mitologico. Noi invece siamo entrati alle Reggiane perché ci interessava osservare ciò che accade lì dentro in questo apparente momento di vuoto e nulla: per noi le Reggiane non sono un “non-luogo” ma un luogo che offre in presa diretta uno spaccato della nostra contemporaneità, che forse andrebbe compreso prima di essere giudicato. È a questa nuova fase storica della fabbrica che ci interessa dare ascolto. Volevamo portare i reggiani dentro le Reggiane, e con quello che abbiamo trovato, forse, ci riusciremo. Sicuramente solleveremo importanti interrogativi».

Per esempio?

«Primo tra tutti: la fabbrica ha veramente smesso di produrre? E ancora: può esistere un capitale (fotografico, artistico, umano) “marcio e sublime” da riscoprire?». —

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