«È fuorviante valutare la nostra sanità utilizzando degli indicatori scorretti»

Il direttore del Presidio ospedaliero reggiano, Giorgio Mazzi, commenta la disastrosa posizione di Reggio Emilia nella classifica del Sistema salute pubblicata da Italia Oggi

REGGIO EMILIA. La classifica di “Italia Oggi” affossa due eccellenze reggiane: la sanità e l’educazione. La nostra provincia è al 94esimo posto (su 107) per quanto riguarda la partecipazione alle scuole dell’infanzia, e occupa la stessa posizione nella classifica generale del “Sistema Salute”.

«È una classifica fuorviante – afferma senza mezzi termini Giorgio Mazzi, direttore del Presidio ospedaliero di Reggio Emilia – perché prende in considerazione due parametri, ossia il numero di posti letto e la dotazione di apparecchiature diagnostiche, senza valutare l’intero sistema salute. Altri report autorevoli (che valutano in base a criteri di equità, risultati raggiunti, appropriatezza clinico-organizzativa, tempi di erogazione in base alla gravità, garanzia dei livelli essenziali di assistenza, innovazione ed equilibrio economico-finanziario) considerano l’Emilia-Romagna e Reggio Emilia punti di riferimento per quel che riguarda la sanità pubblica».


Non siamo bravi solo a parole, dunque.

«Non voglio passare per l’oste a cui si chiede se è buono il suo vino. Altri ci dicono che quella reggiana è una sanità affidabile, in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini (che sono poi i più titolati a esprimere un giudizio) e, aggiungo, alla costante ricerca di un miglioramento. In marzo su Newsweek, che non è proprio una rivista di gossip, è uscita una classifica che vede l’ospedale Santa Maria Nuova al decimo posto tra tutti gli ospedali italiani. Ora non voglio tenere in considerazione solo i giudizi positivi e ignorare quelli negativi, ma va detto che gli indicatori considerati per la classifica di Italia Oggi non sono corretti. O quanto meno utili a esprimere un giudizio sulla qualità di un sistema salute».

Cosa significa?

«I parametri considerati sono indicatori di carattere strutturale, ma la sanità non è solo ospedale: ci sono la prevenzione, le cure primarie, la tutela della salute nei luoghi di lavoro, la salute mentale… La spesa ospedaliera assorbe meno della metà del bilancio aziendale, per dire. E allo stesso tempo la sanità incide sulla salute di una comunità per il 25%. La restante parte è influenzata da stile di vita, ambiente, organizzazione urbana e così via. Reggio Emilia ha raggiunto da tempo una dotazione di posti letto in linea con la legislazione nazionale. Per una scelta meramente organizzativa della Regione non abbiamo un centro ustioni e non facciamo trapianti d’organi, per il resto siamo autosufficienti».

E per quel che riguarda le apparecchiature?

«Dico solo che facendo una stima di tutti i macchinari e le tecnologie in nostro possesso, per i quali nel tempo sono stati spesi 150 milioni di euro, le apparecchiature considerate per questa classifica non arrivano al 15%. Non solo: non c’è traccia di sistema informatico ospedaliero, cartella clinica informatizzata, unità che producono farmaci antitumorali, laboratori di ricerca, Pet, Spect... che hanno un ruolo determinante nella diagnosi e nella cura di malattie oncologiche e degenerative. Viene invece considerata la Gamma camera, che è un macchinario superato».

Prima parlava dell’importanza di migliorarsi. Su cosa state lavorando?

«Due lezioni che ci ha dato il Covid. Da una parte la necessità di avere ospedali flessibili, con ambienti cioè che si possano riconvertire a seconda dei pazienti e dei bisogni; dall’altra l’importanza di lavorare insieme, come squadra. Prima dell’emergenza sanitaria avevamo unito gli ospedali, ma l’impressione era che l’unificazione fosse avvenuta solo sulla carta. Con il Covid, invece, abbiamo lavorato davvero come se fossimo un’unica struttura, tendendo a un obiettivo comune. Quando tutto questo sarà finito ci resterà la capacità di collaborare, tutti insieme, per la salute dei cittadini». —