Droga, ricco chimico 27enne assolto dall’accusa di spaccio

Il giovane laureato dimostra tramite il difensore D’Andrea che l’hascisc gli calma l’ansia e con i prodotti importati fa esperimenti scientifici

REGGIO EMILIA.

L’8 maggio di due anni fa la polizia bussa alla porta di casa di un giovane rampollo di una ricca famiglia reggiana: la questura ha in mano la segnalazione giunta dal Belgio del sequestro alla dogana (il primo aprile 2018) di una sostanza sospetta destinata a questa persona che inoltre, fra il 2017 e il 2018 risulta aver ricevuto in quattro occasioni – dalla Cina e una volta dall’India – sostanze che lasciano perplessi. Sostanze la cui vendita è vietata dalle Nazioni Unite, in particolare metil glicinato, considerato anche un precursore nella sintesi di anfetamine.

Nella relativa perquisizione gli agenti trovano due vasetti contenenti 45 grammi e mezzo di hascisc, ma anche un bilancino. Da qui l’accusa di spaccio di stupefacenti da parte del pm Piera Giannusa che coordina l’indagine. Una vicenda approdata di recente in tribunale, davanti al giudice Giovanni Ghini. Il 27enne è giudicato con rito abbreviato e la Procura ne chiede la condanna a un anno e mezzo di reclusione.

Di tutt’altro avviso la difesa – l’imputato è tutelato dall’avvocato Ernesto D’Andrea – che liquida quelle spedizioni dall’Oriente con l’attività del giovane che è laureato in Chimica industriale e utilizza quei prodotti per degli esperimenti. Operazioni chimiche che – in aula – lo stesso 27enne conferma, dando anche una spiegazione dell’hascisc: «È per uso personale, mi calma alla fine di una pesante giornata di studi universitari (si è laureato nel gennaio scorso, ndr), inoltre il bilancino mi serve perché pesando l’hascisc, controllo che chi mi vende lo stupefacente lo faccia a un prezzo giusto secondo il listino di mercato».

E che il giovane non avesse bisogno di calarsi nei panni dello spacciatore lo dimostra il sostanzioso conto corrente bancario alimentato dalla famiglia, inoltre vive in una casa di proprietà dei familiari. Repliche difensive che hanno portato il giudice Ghini ad emettere una sentenza assolutoria «perché il fatto non costituisce reato». —

t.s.

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