«Senza Diego non avremmo mai vinto»

La commozione di Francesco Romano, cresciuto a Reggio e poi insieme al campione argentino nel Napoli di Bianchi

Luigi Cocconcelli

REGGIO EMILIA


Trattiene a stento le lacrime, la commozione è palpabile nella voce. Fai anche fatica a porgere domande. Il rispetto del dolore è così. Francesco Romano per un attimo si vorrebbe sottrarre, per lui questo è soltanto e semplicemente il momento della tristezza. Poi si fa forza, accetta perché «se lo merita, Diego, un ultimo ricordo, specie da noi che abbiamo vissuto di luce riflessa, senza di lui mai avremmo vinto lo scudetto».

Napoletano di nascita, reggiano d’azione (il padre si trasferì qua per lavoro quando lui era piccolissimo), Romano non lo dice ma fu protagonista del primo scudetto napoletano: Ottavio Bianchi lo volle e ottenne dal presidente Ferlaino di andare a prendere in B alla Triestina quel ventiseienne al quale, dopo la gavetta alla Reggiana e una parentesi al Milan, un brutto infortunio pareva aver sbarrato la strada del grande calcio. Gli serviva, a Bianchi, un sostituto di Pecci, uno che giocasse dieci metri dietro Maradona, in mezzo a Bagni e De Napoli, che desse geometria.

Era l’ottobre del 1986. Fu l’anno dello scudetto e della coppa Italia, la stagione dopo anche Coppa Uefa.

«Non mi va – dice – di rammentare molto in questo momento, ho troppa tristezza dentro di me, sento un vuoto. So che mi mancherà, non solo e tanto per le sue giocate, ma come persona: era umile, generoso, mai un gesto fuori posto per un errore o una palla servitagli male da un compagno».

Romano ha appreso la notizia da un amico di Sassuolo, grande tifoso del Napoli. Lì per lì non voleva crederci, poi è andato sui siti e ha avuto la conferma.

Ed il pensiero è andato a tre anni fa, l’ultima volta che lo vide. «A Napoli gli conferirono la cittadinanza onoraria e invitarono alla cerimonia anche diversi che avevano giocato con lui. Andammo giù io e Nando (De Napoli, ndr), fu bello, un abbraccio sincero, ecco voglio ricordarlo così, portarmi sempre dentro quel momento bellissimo e così intenso».

Chi ha vissuto insieme a Diego Maradona è rimasto legato a lui, anche se con il tempo i contatti si sono persi. «Telefonicamente non ci siamo più sentiti, avevo saputo dell’intervento chirurgico alla testa, speravo come tutti che fosse stato risolutivo, poi la notizia raggelante della sua morte. Un brutto colpo».

In molti si chiedono cosa avrebbe potuto fare di più Maradona senza gli eccessi fuori dal campo. Lo stesso atleta, quando si raccontò al regista Kusturica, affrontò questo tema.

«Ha fatto le sue scelte, i suoi sbagli come tutti – dice Romano – ma io posso solo dire che gli volevo bene e lui ne voleva a me, e a me questo basta, queste sono ore di tristezza. L’unica cosa cui posso pensare è il grande dolore dei famigliari in primis, quello dei tifosi napoletani. È il momento delle lacrime, inutile anche stare a dire quanto fosse bravo, le sue giocate... ce lo ricorderanno le televisioni. Che tipo di persona fosse lo sa chi lo ha conosciuto. Non voglio giudicare, per me Diego Armando Maradona era un grande, dentro e fuori il campo, una persona di cui ti potevi fidare sempre». —

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