Emergenza Coronavirus, l’Ausl dice sì all’ospedale da campo: «Ma la speranza è di non usarlo»

Reggio Emilia, Cristina Marchesi, direttrice generale: «Il numero dei malati è alto e non vogliamo trasformare per il Covid altri reparti» 

REGGIO EMILIA. La prognosi della pandemia è ancora riservata, ma la nostra provincia, una delle più colpite in Italia, condivide con il resto del paese la cauta sensazione di trovarsi all’apice del contagio, ormai in prossimità della fase discendente. Nondimeno l’Ausl non abbassa la guardia e si appresta a dotarsi di un ospedale da campo per fare fronte a un eventuale peggioramento della situazione senza dovere destinare ai pazienti Covid altri reparti ospedalieri necessari per curare patologie non meno gravi. Lo ha annunciato Cristina Marchesi alla commissione consiliare riunita in presenza del sindaco Luca Vecchi per fare il punto sulla lotta contro il coronavirus.

«L’altro giorno – ha detto la direttrice generale dell'azienda sanitaria – ci hanno chiesto se volevamo un ospedale da campo. Noi abbiamo accettato nella speranza di non doverlo usare. L'abbiamo fatto perché il numero dei malati è alto e non siamo in grado di spingerci oltre con i posti letto già occupati per la pandemia trasformando per il Covid altri reparti. Mi auguro di non avere bisogno di utilizzare l'ospedale da campo anche perché avrebbe un impatto importante, dando l'idea che non ce la facciamo più ad affrontare la malattia. La disponibilità l’abbiamo data anche perché ce lo fornirebbero con i medici e gli infermieri, il cui fabbisogno è oggi uno dei problemi più importanti».


In questa seconda ondata pandemica, infatti, gran parte del personale sanitario è rimasto nei singoli presidi ospedalieri per non trascurare l'attività ordinaria e non rinviare ulteriormente gli interventi programmati, mentre nella prima erano state disposte diverse chiusure per concentrare le forze sulle principali emergenze.

«L'ospedale di Montecchio – sottolinea Cristina Marchesi – è rimasto chiuso fino a giugno. Tutte le sue risorse sono state riversate sugli altri ospedali, gran parte dei medici a Guastalla, gli anestesisti alla rianimazione a Reggio. Oggi l'ospedale di Guastalla è aperto e vi ricoveriamo anche pazienti no-Covid di Reggio. Il 12 ottobre è stato riaperto il punto nascita di Montecchio, a differenza di quelli di Guastalla e Scandiano. Così abbiamo decongestionato un po’ il Santa Maria Nuova». Attualmente l'arcispedale reggiano dispone di 300 posti Covid su un totale di 700. Sono state trasformate in funzione della pandemia la rianimazione, la pneumologia, la medicina seconda e terza, la lungodegenza e alcune stanze in ginecologia e neonatologia. Altri posti Covid sono stati ricavati a Guastalla (93), a Scandiano (40) e a Castelnovo Monti. In totale se ne contano 460 su 1500. Il funzionamento in rete dei presidi ospedalieri permette di organizzare meglio i ricoveri, che vengono decisi dalla cabina di regia a cui partecipano ogni giorno i primari. Intanto il contagio allenta un po' la presa, permettendo di intervenire con maggiore tempestività. Dai medici di base arrivano ogni giorno 300 richieste contro le 600 dell'inizio di novembre.

«Due settimane fa – osserva Cristina Marchesi – si accumulavano ritardi e si moltiplicavano le lamentele dei cittadini che aspettavano la fine della quarantena o dell'isolamento. Oggi sembra di constatare un miglioramento, ma aspetterei una settimana prima di averne la certezza».

Un salto di qualità è stato compiuto dieci giorni fa con le due forniture di test rapidi antigenici, che forniscono la risposta in un quarto d'ora. Si prevede che la nostra provincia ne avrà a disposizione 60mila, soprattutto per diagnosticare la fine delle quarantene e degli isolamenti nelle scuole. Un vero e proprio punto di forza della medicina territoriale, molto carente in generale in Italia, è l’attivazione delle Usca, le unità speciali di continuità assistenziale. La nostra provincia ne ha tre, ciascuna composta da un medico e da un infermiere, per i giorni feriali e una per i giorni festivi e la notte. In una sola settimana le Usca hanno fatto 300 contatti telefonici, 280 visite a domicilio e 374 visite nelle case di riposo (nel distretto di Reggio rispettivamente 74, 74 e 68). Ogni visita dura un'ora e mezzo, compresi i tempi della vestizione e svestizione.

Il totale dei contagiati rimane elevato. Nell'insieme del territorio provinciale si registravano la settimana scorsa 6.337 casi attivi. Erano 3.736 le persone in quarantena e più di diecimila quelle costrette a casa, anche senza sintomi. Fra il personale sanitario si contavano 160 casi positivi e una settantina di contatti con familiari contagiati. Le persone ricoverate erano 365, fra cui 28 in terapia intensiva (20 a Reggio e 8 a Guastalla), 48 in ventilazione non intensiva e 42 con somministrazione di ossigeno. —