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«Così ho sconfitto il Covid: dopo sette mesi e mezzo ricomincio a vivere»

Maurizio Gabba (72 anni) ha contratto il virus ed è stato ricoverato il 14 marzo: ora è tornato finalmente a casa

REGGIO EMILIA. Ha passato quasi otto mesi in ospedale – dal 14 marzo al 29 ottobre –, sconfiggendo il Covid, uscendo dal coma e riprendendosi dalle complicanze dovute dall’infinita degenza. Tanto da meritarsi il soprannome, coniato dai medici, di “La roccia”.

«I dottori hanno detto che in tutta Emilia non c’è mai stato nessuno ricoverato per così tanto tempo: un record».


Un record anche personale, visto che Maurizio Gabba, 72 anni (ne compirà 73 tra due settimane), imprenditore agricolo in pensione di Taneto di Gattatico, ora finalmente a casa attorniato dalla famiglia, nel corso della sua esistenza all’ospedale ci era stato una sola volta «per una settimana, anni fa, per un intervento ai calcoli».

Il pensionato vuole raccontare la sua storia affinché sia un monito «per coloro che pensano che il Covid non esista», ma soprattutto «per ringraziare il personale sanitario, che con me le ha provate tutte. Mi hanno trattato da Papa».



Tutto inizia a marzo, quando Maurizio si ammala, così come la moglie Paola; ma, mentre la consorte passa il contagio in quarantena a domicilio, in Maurizio, forse perché già affetto dal diabete, la forma virale si manifesta in modo particolarmente grave.

«All’inizio non avevo sintomi particolari, nessuna difficoltà respiratoria. Solo quella febbre strana, che mi lasciava una spossatezza incredibile: non riuscivo nemmeno a percorrere i due metri per passare dalla camera da letto al bagno».

Poiché la febbre è persistente, il 14 marzo Maurizio viene ricoverato all’ospedale di Guastalla, dove viene accertata la positività al Covid.

«Lì è iniziato il mio calvario». Se nelle prime settimane le sue condizioni sono buone (come raccontano i figli «il 30 marzo i medici ci hanno riferito che stava bene, era in forma, a breve lo avrebbero dimesso»), all’improvviso qualche giorno dopo la situazione precipita: il 72enne viene intubato e in seguito tracheotomizzato.

«Del periodo trascorso a Guastalla non ricordo quasi nulla, è un “buco nero”, come un lungo sonno con degli incubi».



Invece i parenti si ricordano benissimo della telefonata ricevuta in aprile, la domenica di Pasqua. «La voce dall’altra parte del telefono diceva che il papà aveva la febbre altissima, oltre 40, gli organi interni si erano fermati: era in coma. Aspettavano che ci lasciasse. Ci hanno raccomandato di stare attaccati al telefono perché stava morendo».

Nei giorni seguenti invece Maurizio si riprende e »da allora in poi, tra alti e bassi, sono andato avanti».

L’11 maggio, uscito dalla Rianimazione di Guastalla dove «sono stato l’ultimo paziente a essere dimesso, dopo di me hanno chiuso il reparto Covid», Maurizio viene trasferito a Correggio al reparto semintensivo di riabilitazione.



«Anche in questo caso ricordo poco dei primi giorni, mentre ho ben presente quando per la prima volta ho respirato in modo autonomo, quando hanno provato per la prima volta ad alzarmi (non ce la facevo) e quando ho cominciato a mangiare senza sondino o flebo. Nel frattempo in tre mesi avevo perso quasi 30 chili: dai 90 iniziali ero arrivato a 62».

La riabilitazione si rivela in salita a causa di una piaga da decubito provocata dall’immobilità forzata, che allunga di parecchio i tempi di ripresa. Siamo a giugno e finalmente l’ospedale di Correggio apre alle visite dei familiari, che raccontano: «Poteva entrare un solo congiunto e solo per un’ora al giorno, dalle 12 alle 13. Non lo vedevamo da marzo. E fino a quel momento le comunicazioni non erano facili, perché spesso non rispondeva al cellulare, la mamma si preoccupava e dovevamo chiamare in reparto. Anche se i medici ci telefonavano ogni giorno, non c’era il contatto diretto».

La degenza rappresenta comunque una rinascita. «Ero molto coccolato, ero un po’ la mascotte dell’ospedale. Un infermiere, al quale ho raccontato la mia passione per la pesca (ho vinto un campionato mondiale), è andato a cercare su internet la fotografia della vittoria, l’ha stampata e me l’ha attaccata sul letto, per incitarmi a tornare a pescare».

L’estate porta nuovi guai a Maurizio. «Quando mi è scesa la pressione massima a 70-75 ho avuto uno scoramento pesante, pensavo di non farcela, non avevo più benzina. Invece pian pianino mi hanno ripescato», ride.

Le procedure di intubazione gli hanno provocato la rottura di due dischi intertracheali e in agosto il paziente viene trasferito al Santa Maria per l’operazione alla trachea in anestesia totale.

«Non mi sono fatto mancare niente. Lì il tampone era già negativo al Covid. L’intervento è andato bene, anche se a tutt’oggi la ferita alla gola non si è rimarginata».

Il 27 ottobre scorso le tanto attese dimissioni. «Un giovane medico, che prima era in servizio in Rianimazione a Guastalla e che a Correggio mi ha ritrovato, quando mi ha salutato si è commosso, dicendo che farmi uscire è stato un grande successo. Dicevano che c’è chi è morto per molto meno. Tutti i sanitari hanno voluto scattare una foto di gruppo con me». Poi l’arrivo a casa, dove Maurizio viene festeggiato, oltre che dalla moglie, dai figli Ferruccio e Angela e dai tre nipoti, che appendono due striscioni: “Bentornato nonno” e “Nonno sei il nostro eroe”. E finalmente, dopo mesi passati a vedere solo moglie e figli uno alla volta, ha ricevuto la visita degli amici della pesca, con tanto di battute sul suo essere redivivo. «Oggi peso 75 chili, mangio i tortelli e le lasagne di mia moglie e non vedo l’ora di tornare al laghetto con la canna in mano». —