Melloni chiamato a Bruxelles. È consulente scientifico Ue

Il professor Alberto Melloni. In alto la sede dell’Unione Europea a Bruxelles

Reggio Emilia, chiamato fra i 7 componenti del Chief Scientific Advisors. E fra questi - tutti scienziati - è l’unico umanista e storico

REGGIO EMILIA. Per la prima volta un ricercatore italiano entra a far parte del gruppo dei consulenti scientifici della Commissione Europea. È il reggiano Alberto Melloni, accademico dei Lincei e docente di Storia del Cristianesimo nell’Università di Modena e Reggio Emilia, segretario della fondazione per gli Studi Religiosi e titolare della Cattedra Unesco sul Pluralismo religioso e la pace dell'Università di Bologna. Con lui sono stati nominati Maarja Kruusmaa, docente di Biorobotica, vice-rettore per la ricerca dell’Università tecnologica estone di Tallinn (TalTech) e visiting professor dell’Istituto norvegese di scienza e tecnologia (Ntnu).Ed ancora Nebojsa Nakicenovic, direttore di The World in 2050 (Twi2050), ex vicedirettore generale e direttore generale ad interim dell'International Institute for Applied Systems Analysis (Iiasa) ed ex docente di economia energetica presso la Vienna University of Technology.

I tre nuovi membri entrano quindi a far parte dei sette membri che costituiscono il gruppo dei Chief Scientific Advisors.Il vicepresidente è sir Paul Nurse, direttore dell’Istituto Francis Crick di Londra, e di cui fanno parte esperti di nanomateriali, scienze politiche, biologia vegetale.


(Alberto Melloni)

La Commissione europea ha un gruppo di sette studiosi e studiose – i Chief Scientific Advisors – che periodicamente forniscono pareri scientifici indipendenti e opinioni fondate sulle evidenze scientifiche alla Commissione su temi decisivi della politica dell’Unione. Gli Advisors lavorano in collaborazione con i grandi centri di ricerca cercando di raccogliere le evidenze, che sono tanto quanto più importanti, quanto più il tempo dell’incertezza in cui viviamo rende l’opinione pubblica e dunque il circuito democratico vulnerabile. Questo meccanismo ha dunque un ruolo di cui abbiamo tutti capito l’importanza in questi tempi di pandemia in cui sono scienziati – in un disaccordo che è strutturale al lavoro critico e su cui ironizzano solo gli imbecilli – devono fornire pareri che toccano da vicino la vita di tutti.

Per scegliere i Chief Scientific Advisors la Commissione domanda periodicamente alle Accademie europee dei nomi fra i quali scegliere: e nel 2020 i Lincei hanno fornito sette nomi di studiose e studiosi italiani che si sono aggiunti agli altre 600 provenienti da tutta l’Unione. Un Individuation Committee indipendente ha proceduto ad una selezione progressiva fino ad una lista molto corta nella quale la Commissione ha scelto i tre nomi resi noti mercoledì. I Lincei avevano candidato anche me: ed è stata la convergenza fra esigenze disciplinari, parità di genere e prestigio nazionale che hanno convinto la Commissione europea a nominarmi in questo ruolo che si colloca a monte della decisioni europee e fornisce una metrica anche agli Stati Membri.

Questo è un successo per l’Italia che vede la sua comunità scientifica rappresentata in questo organo. È un successo per le istituzioni che mi hanno formato e portato, e dunque – accanto ai Lincei, ad Fscire, alla Treccani – anche per il nostro ateneo e nell’ateneo della nostra sede.Per me non è poco significativo, però, che il comitato dei saggi e la Commissione abbiano scelto fra tanti profili un umanista, fra gli umanisti uno storico e fra gli storici uno storico del cristianesimo e delle relazioni interreligiose. Gli Advisors infatti non sono una vasta platea di tutti i settori e nemmeno un piccolo gruppo di tuttologi: sono pochi che devono dare voce alla ricerca su nicchie di sapere strette ed indispensabili, e che dunque devono avere la responsabilità di indicare dove le competenze vanno cercate e come ordinarle per far sì che la scelta politica e democratica non sia sbagliata o arbitraria o devastante. E uno storico può dare un contributo che è facile comprendere guardando a questa pandemia.

La pestilenza globale in cui siamo immersi è la più grave crisi non bellica degli ultimi quattro secoli. Condizionando le vite, ridisegna le economie, cambia il rapporti fra gli Stati, fra Stati e potentati criminali e non. Produce una divaricazione delle diseguaglianze senza pari, alla quale stanno opponendo resistenza in tanti, partire da chi – il Ministro Azzolina, centinaia di migliaia di insegnanti, studenti e studentesse, famiglie – si batte perché continui fin quella forma di scambio di saperi che non è “didattica in presenza”, ma esperienza della comunità educante.

Ma la storia insegna a guardare ciò che torna ad accadere attorno ad una crisi di questa portata. In questa crisi stiamo vedendo qualcosa di ovvio: che la preparazione dei sistemi sanitari disastri va fatta prima, perché durante essa si rivela impossibile e tardiva; e che il disastro crea un mercato dei rimedi, dove si avvantaggeranno alcuni paesi e saranno frenati altri paesi capaci di difendere ossessivamente la privacy dei telefonini ma non molto altro.

E vediamo qualcosa di nuovo: e cioè una competizione non dichiarata fra sistemi democratici che garantiscono tutti i diritti a tutti e quelli autoritari che negano moltissimi diritti a moltissimi. Che si contendono un consenso che ha una scienza che lo misura non con gli strumenti del sondaggio, ma con quelli della storia politica. Scientifici anch’essi, nel loro genere. E di cui la Commissione europea, indirettamente, riconosce il ruolo.In un mondo che chiama scienza la fisica e filosofia la divulgazione non è poco.
 

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