Intestazioni fittizie per il clan, colpo di spugna: tutti assolti

La lettura della sentenza assolutoria da parte del giudice Giovanni Ghini

Reggio Emilia, la Corte scagiona il consulente Clausi e tre parenti del pentito, ma anche l’imprenditore reggiano Mazzotti. Erano all’oscuro delle “mosse” mafiose di Giglio

REGGIO EMILIA. «Assolti per non aver commesso il fatto». Le parole di Giovanni Ghini – che presiede il collegio giudicante, a latere i colleghi Luca Ramponi e Chiara Alberti – risuonano a metà pomeriggio in un’Assise semideserta, dopo un’ora e mezza di camera di consiglio e quattro ore fra arringhe e repliche. Si è chiuso così ieri, venerdì 20 novembre,  in primo grado, l’ultimo soffertissimo filone processuale di Aemilia bis (partito nel marzo 2017 ) che in sentenza scagiona tre parenti del pentito Giuseppe Giglio (il padre 73enne Francesco Giglio, la madre 72enne Gaetana Crugliano e il fratello 42enne Antonio Giglio), il consulente di Giglio stesso (cioè il crotonese 48enne Donato Agostino Clausi) e l’imprenditore reggiano 71enne Mario Mazzotti. L’accusa per tutti e cinque è la stessa: intestazione fittizia di quote societarie (ricevute da Giglio ed “orchestrate” da Clausi ) per agevolare il clan ’ndranghetista emiliano (cosca con epicentro a Reggio Emilia, come da tempo statuisce il verdetto di Cassazione). Ma l’impianto accusatorio non ha retto.

Donato Agostino Clausi che segue dal carcere il processo in videoconferenza


Dopo la lettura della sentenza il pm Beatrice Ronchi – che in requisitoria aveva chiesto condanne per tutti – se ne va velocemente, non prima però d’indirizzare, dimostrando fair play, un «Complimenti avvocato» all’unico difensore presente in aula, cioè il legale Franco Beretti che tutela Mazzotti. Da parte sua l’avvocato, davanti al taccuino, è quasi lapidario: «Sono soddisfatto, mi pareva evidente che questo reato non potesse essere addebitato al mio assistito». Delusione, invece, fra i legali di parte civile. Cerca di entrare nella motivazione della sentenza l’avvocato Ferdinando Di Francia, in rappresentanza di Regione e Provincia di Reggio Emilia: «Per quelle intestazioni fittizie Giglio è già stato condannato in via definitiva in Cassazione – argomenta – quindi bisogna pensare che sia passato il convincimento che queste persone non sapessero di essere dei prestanome».

Giuseppe Giglio, l’imprenditore calabrese si è pentito nel processo Aemilia

In effetti, in Aemilia, è risultato provato che quei trasferimenti di quote societarie Giglio, da ’ndranghetista di primo piano in Emilia, li avesse disposti per eludere eventuali misure di prevenzione patrimoniali. E si riferisce a questo l’avvocatessa di parte civile Enza Rando a nome di Libera: «Aspetto le motivazioni, comunque questa è una lettura avulsa rispetto ad altre sentenze che hanno dato responsi diversi».

In precedenza, larga parte della mattinata è stata occupata dall’arringa dell’avvocato Fausto Bruzzese, difensore di Clausi (collegato in videoconferenza dal carcere dove sta scontando la condanna a 10 anni di Aemilia) e dei tre familiari di Giglio (non presenti in aula). Per tutti ha chiesto l’assoluzione. «Clausi non è un picciotto – rimarca, portando come prove anche alcune intercettazioni – non partecipa a summit, non ha funzioni di raccordo con la consorteria, nei suoi rapporti con Giglio dà consigli fiscali, si adopera per la certificazione antimafia relativamente alla società maggiore cioè la “Giglio srl”, il suo lavoro di professionista riguarda interessi esclusivi della famiglia Giglio, non ha nulla a che vedere con le strategie della cosca».

Stesso discorso per i parenti di Giglio, ad un certo punto intestatari in Calabria di un agriturismo e di un’azienda agricola: «Sono attività che hanno sempre gestito, c’è una netta separazione fra gli interessi di Giglio e quella dei parenti». Il difensore Beretti punta sulla capacità di fare affari di Manzotti, anche se a volte al limite della legge. «Si era inserito nell’edilizia – spiega nell’arringa – ed acquistava e rivendeva società per fare altre operazioni e guadagnarci qualcosa. Non era una testa di legno. Le 4 srl (Tmc, Its, Trs e Service, ndr) le ha comprate veramente da Giglio, come lo stesso pentito ha confermato in udienza».


 

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