Iaquinta, il pm: «Stesse pene» I legali: padre e figlio innocenti

bologna

Programma intenso, ieri, nell’aula-bunker della Dozza nel contesto dell’appello di Aemilia: fari puntati su due imputati eccellenti, cioè l’imprenditore edile 63enne Giuseppe Iaquinta (accusato di associazione mafiosa) e il figlio 41enne Vincenzo Iaquinta (ex calciatore di Juventus e Udinese, oltre che campione del mondo in azzurro nel 2006) a cui viene contestata la detenzione illecita di armi in concorso col padre. Giuseppe ha seguito l’udienza in videocollegamento dal carcere di Voghera dove è detenuto, Vincenzo in aula. Giudicati con rito ordinario, per entrambi il pm Beatrice Ronchi ha chiesto la conferma delle condanne: 19 anni di reclusione per il padre e 2 anni per il figlio. Di circa due ore la replica dei difensori, chiusasi con la doppia richiesta d’assoluzione. L’avvocato Pasquale Muto ha aggredito le parole dei tre pentiti (Antonio Valerio, Salvatore Muto e Giuseppe Giglio) che indicano il costruttore come un affiliato al clan: «Valutazioni generiche, senza riscontri e non si capisce che valore probatorio possano aver avuto in sentenza». Poi ha ricostruito il contesto socio-culturale in cui si muoveva Giuseppe: «Il papà del campione del mondo, tutti lo volevano e in quegli incontri non si parlava di mafia, non risultano accenni ad affari o interessi». Articolata pure l’arringa dell’avvocato Ernesto De Toni: «Vincenzo deteneva le armi perché da miliardario riteneva di dover essere ben protetto da eventuali ladri. Quando hanno perquisito la sua casa, le ha mostrate ai carabinieri. In assoluta buona fede. Armi in disponibilità della consorteria, favole... Giuseppe lo descrivono con un ruolo fondamentale per la cosca, ma lui non sapeva neppure che questa esistesse. Legato ai Grande Aracri da rapporti di semplice parentela, quando andava a trovarli, pubblica la foto. I summit di mafia si fanno nei covi, non si scattano immagini». —


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