«Una morte così è un fatto raro ma purtroppo può succedere»

Marco Massari, direttore di Malattie Infettive del Santa Maria Nuova di Reggio

Il direttore di Malattie Infettive sul caso di Martina morta di Covid a 21 anni. E sui giovani: «Ora sono tra i più contagiati: di solito sintomi lievi, ma i fattori di rischio incidono»

REGGIO EMILIA

«La morte di una persona così giovane ci ha lasciati tutti scossi. È un evento poco frequente, ma purtroppo può accadere».


Così il dottor Marco Massari, il direttore della struttura complessa di Malattie Infettive dell’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, commenta la tragica notizia della morte di Martina Bonaretti, la ragazza di Luzzara uccisa dal Coronavirus a 21 anni.

Dottore, qual è l’incidenza della mortalità da Covid sui giovani?

«Ho sotto i dati nazionali: da inizio pandemia fino a ora, le persone decedute con meno di 40 anni sono un centinaio su 40mila morti. Sotto i 30 anni, i morti sono 17. È un evento poco frequente, come ho detto, ma purtroppo può accadere: come tutte le malattie che colpiscono centinaia di migliaia di persone, è inevitabile che anche persone giovani, giovanissime possano avere problemi seri, arrivare a essere ricoverate in terapia intensiva, o possano esserci anche dei decessi».

Cosa può determinare conseguenze gravi in un giovane che si ammala di Covid?

«In genere, ci sono condizioni predisponenti. Qualche fattore di rischio. Oltre all’età – vediamo infatti che la mortalità sopra i 70 anni è più alta – lo sono l’obesità, le malattie cardio-vascolari, il diabete, l’ipertensione: predispongono i soggetti a forme più gravi. Ma a volte il decorso grave avviene anche senza fattori di rischio, purtroppo può succedere».

In provincia di Reggio, qual è l’andamento dei contagi sulla fascia di popolazione più giovane in questo momento?

«Quello che stiamo vedendo adesso, nelle ultime settimane, è un aumento della diffusione del virus tra le persone giovani, soprattutto dai 18 ai 30 anni, e vediamo che rispetto alla prima ondata della pandemia mediamente l’età è più bassa: tante persone ricoverate hanno 50-60 anni, ci sono anche dei 40enni. Nella prima ondata, invece, si parlava di 70-80enni e anche oltre».

Da cosa dipende secondo lei?

«Questo dipende da come circola il virus. Nella prima ondata probabilmente il grosso incremento negli anziani era legato al fatto che tanti casi avvenivano nelle case protette e ancora non si conosceva la modalità di trasmissione del virus. Oggi, in genere, la popolazione più anziana è più attenta; positivi nelle case protette ce ne sono, ma non si tratta di una vera e propria epidemia. L’altra cosa, è che ora il virus si diffonde di più in ambito famigliare. E i ragazzi hanno una vita sociale ben diversa dagli anziani».

Parliamo di giovani sintomatici o asintomatici?

«Nei mesi precedenti alla seconda ondata, quando si riuscivano a fare i tracciamenti, metà o più delle persone diagnosticate erano asintomatiche. Adesso, invece, prevalentemente sono sintomatici, almeno per oltre il 60% dei casi. In genere, con sintomi più lievi rispetto agli adulti e agli anziani».

Dal punto di vista dei ricoveri?

«Sono pochissimi i pazienti ricoverati con meno di 30 anni. Poi, mi ricordo di un signore di 36 anni. Mentre abbiamo avuto in terapia semi intensiva un altro di circa 29 anni. In ogni caso, situazioni serie sono state pochissime. Ma c’è un messaggio importante che deve essere trasmesso ai più giovani».

Quale?

«Il messaggio che deve passare è che non devono sentirsi indistruttibili, pensare che a loro il virus non faccia un baffo, che non crei loro nessun danno. In parte, fortunatamente, è vero, ma possono essere veicolo del Covid verso le persone più fragili, verso i genitori casomai affetti da patologie, lo possono portare ai nonni. Oggi è questo il problema principale».

E oggi, la notizia che ci colpisce è quella della morte di una 21enne: la più giovane vittima della regione Emilia Romagna.

«Quando si parla di percentuali di letalità dello zero virgola sotto i 40 anni, vuol dire che un caso su mille può morire. Però è evidente che quando i casi di positività sono decine di migliaia non sono più pochissimi».

Dottore, anche di fronte a questa tragedia ci tocca confrontarci con chi non crede che una ragazza così giovane possa essere stata uccisa dal Covid. C’è chi prova a sostenere che aveva il Covid, ma è morta di altro. Insomma, con la schiera di negazionisti che anche in un momento così drammatico vuole imporre un’altra lettura della realtà.

«Purtroppo, invece, Martina è morta di Covid, al cento per cento». —