Le battute di caccia al cinghiale limitate dalle regole anti-Covid

Ventasso, incide il divieto di spostamento tra i Comuni. La Coldiretti lancia l’allarme: «Occorre fermare l’escalation dei danni, delle aggressioni e degli incidenti»

VENTASSO. Il coronavirus ha inciso con un certo peso sull’andamento dell’attività venatoria: in montagna ci sono state anche squadre in cui alcuni cacciatori si sono dovuti mettere forzatamente a riposo per essere risultati positivi al Covid. Inoltre, le ultime disposizioni – legate all’inserimento dell’Emilia Romagna nella zona arancione – vietano ai cacciatori di varcare i confini comunali se non per motivi di lavoro, salute e necessità. Nel caso delle squadre di caccia al cinghiale – a differenza della caccia alla lepre, ad esempio, alla quale può partecipare un solo cacciatore – di solito i cacciatori sono numerosi (15-20 persone) e provenienti da Comuni diversi. Al momento possono formarsi squadre di “cacciatori in riserva” (cioè all’interno dei confini del proprio Comune), quindi, di fatto, la caccia al cinghiale al momento è in buona parte sospesa per effetto delle recenti disposizioni contro la diffusione del coronavirus.

I casi di Covid tra cacciatori e l’obbligo di rispettare i confini comunali hanno portato a una proliferazione delle specie oggetto di caccia di selezione, attivata proprio per contenerne una eccessiva crescita. Il discorso vale in particolare per la caccia agli ungulati, soprattutto i cinghiali, che in molte zone della collina e dell’Appennino diventano una seria minaccia per l’agricoltura.Il direttore di Coldiretti Reggio Emilia, Maria Cerabona, sul tema afferma: «Occorre fermare l’escalation dei danni, delle aggressioni e degli incidenti che causano purtroppo anche vittime e che sono il risultato della incontrollata proliferazione degli animali selvatici, con il numero dei cinghiali presenti in Italia che ha superato abbondantemente i due milioni». Sulla stessa linea si era già espresso il presidente regionale Nicola Bertinelli.


«Le limitazioni alle limitazioni all’attività venatoria – prosegue Cerabona – nelle cosiddette zone arancioni dell’ultimo provvedimento governativo, fra le quali rientra anche l’Emilia Romagna, comporteranno seri problemi. Il divieto di spostamento fra Comuni limiterà l’azione delle squadre fino a praticamente azzerarne l’efficacia. Oltre a mettere a rischio la sicurezza sulle strade e intorno alle abitazioni, con un drammatico bilancio di perdite di vite umane, gli animali selvatici distruggono i raccolti agricoli e sterminano gli animali allevati. Solo nel 2019 le aziende agricole della regione hanno subito oltre 790.000 euro di danni a causa dei selvatici. Ma a preoccupare sono anche i rischi per la salute provocati dalla diffusione di malattie come la peste suina».

«La proliferazione senza freni dei cinghiali – conclude la Coldiretti Emilia Romagna – sta mettendo anche a rischio l’equilibrio ambientale di vasti ecosistemi territoriali, anche in aree di elevato pregio naturalistico».