Allarme usura: «Così ho pagato gli aguzzini»

Reggio Emilia

Sono emersi, di recente, due segnali non indifferenti su come la criminalità organizzata intenda “banchettare” sulla crisi causata dalla pandemia: cresce l’usura, ma anche il contrasto tramite le interdittive, il che rivela il faro degli inquirenti su diversi affari e realtà a dir poco sospette. Sono dati nazionali, ma con ricadute anche sulle nostre terre dove il radicamento mafioso (in special modo ‘ndranghetista) resta profondo.


Indiscrezioni riferite al Viminale parlano di un incremento del 6,5% dell’usura nei primi sei mesi dell’anno in Italia rispetto al 2019. Dato preoccupante perché maturato nel pieno del ciclone Coronavirus (mentre tutti gli altri reati contro il patrimonio calano…). Strozzini a cui si sarebbe rivolto anche un imprenditore edile reggiano, trovatosi in difficoltà all’inizio dell’anno per diversi lavori bloccati dalle conseguenze del Covid e con la banca che gli avrebbe negato i 25mila euro (garantiti dallo Stato) previsti per l’emergenza-pandemia. Attraverso persone che avrebbero fatto da tramite, l’imprenditore si sarebbe fatto prestare i soldi da un “cravattaro” in odore di mafia (risulterebbe legato al clan dei casalesi), dovendo però ripianare interessi del 250%...

«Sono riuscito a pagarli se no avrei fatto una brutta fine – ha dichiarato la vittima – ma mi sono giocato tutto». Ha presentato una denuncia, innescando le indagini su una vicenda che rivelerebbe nel 2020 una presenza più marcata nel Reggiano della mafia campana. Poi vi è il proficuo lavoro delle Prefetture con le interdittive antimafia e qui i ragionamenti si basano sui primi nove mesi dell’anno. Al di là del dato nazionale in avanzata (1.637 interdittive contro le 1.541 emesse nello stesso periodo del 2019), va rimarcato che la nostra regione per la prima volta si issa su un non invidiabile podio, cioè sul terzo gradino (218 interdittive) che l’avvicinano a Campania e Calabria. Come i processi legati alla maxioperazione Aemilia hanno dimostrato, la svolta reggiana alla lotta alla criminalità organizzata è stata contrassegnata proprio dalle interdittive antimafia: «È ragionevole pensare che senza l’intervento del prefetto Antonella De Miro e delle sue interdittive – si legge nella sentenza di primo grado di Aemilia, relativamente al rito abbreviato – la penetrazione dell’imprenditoria mafiosa cutrese avrebbe finito con l’espandersi e occupare altri settori, fino all’elezione di sindaci ed esponenti politici».

Dopo l’era-De Miro (2009-2014) altri prefetti si sono alternati a Reggio Emilia proseguendo su quella via, ma è significativo quanto ha dichiarato di recente Iolanda Rolli (nominata quattro mesi fa alla guida della nostra Prefettura): «Anche in questi pochi mesi, ho già firmato alcune interdittive. Anche le indagini ci dicono che non siamo un territorio esente». In tema di lotta ai clan il contributo reggiano resta, quindi, più che attuale e può essere una delle “molle” che hanno spinto l’Emilia-Romagna al terzo posto nella citata cupa classifica. La Cassazione due anni or sono ha ritenuto definitivamente provato che la ‘ndrangheta in Emilia – con epicentro a Reggio – esiste come cosca indipendente anche se fa riferimento al clan Grande Aracri di Cutro. Ma decenni di infiltrazione e radicamento non sono facili da sradicare, come ha ben evidenziato ai primi di questo mese – analizzando la situazione sul piano generale – Vittorio Rizzi (vice capo della Polizia) in una audizione in commissione Antimafia: «La ‘ndrangheta, a lungo sottodimensionata nel nostro Paese muovendosi sottotraccia ha guadagnato una posizione di potere straordinario: secondo l’ultimo rapporto della Dia, è presente con “locali” in almeno 30 Stati del mondo. E le ‘ndrine si sono dimostrate all’avanguardia anche rispetto alle nuove tecnologie: è stata intercettata una telefonata in cui due ‘ndranghetisti dicono “strani questi sudamericani, non usano bitcoin per i pagamenti”». —