Morta a 21 anni di Covid, il racconto del padre: «Portata via di notte, aveva paura.Poi la chiamata: vado in intensiva»

Le parole di Lucio Bonaretti, padre della luzzarese Martina morta di Covid: «Abbiamo fatto il tampone, speriamo almeno di poter partecipare ai funerali»

LUZZARA. «La bambina sembrava spaventata. Non voleva andare in ospedale. Aveva il fiato corto ma non voleva andare. Le ho chiesto che cosa aveva e mi ha detto: “Papà, faccio fatica a respirare”. Le ho risposto: “Bisogna chiamare il dottore, cosa stiamo qua a discutere? Abbiamo aspettato 15 minuti, ma visto che la situazione non migliorava ho chiamato la guardia medica». Lucio Bonaretti ricorda l’ultima volta nella quale ha parlato con la figlia Martina, nelle prime ore di giovedì 12 novembre.

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Nel cuore di quella notte la ragazza, che dal venerdì precedente aveva iniziato a manifestare i sintomi del Covid, peggiora di colpo. Il decorso della malattia nei primi giorni non sembrava affatto preannunciare un epilogo così tragico.

Nel ricostruire la vicenda la famiglia si chiede se qualcosa poteva essere fatto in modo diverso, ma la risposta sembra di no. «Perché non aveva sintomi particolari, se non la febbre, e se fosse andata in ospedale, con il casino di questo periodo, l’avrebbero rimandata indietro» e «perché poco prima del ricovero era stata visitata a casa dalla sua dottoressa».



Il Covid si è manifestato nella vita di questa famiglia luzzarese il 6 novembre. «Martina quel giorno ha avuto la febbre. Abbiamo subito chiamato la dottoressa e le abbiamo dato la tachipirina. Poi sabato e domenica aveva la febbre ancora più alta. Con la tachipirina scendeva a 36,5 - 36,8. Poi saliva di nuovo di notte. Al lunedì Martina, io e mia moglie Silvia siamo andati a fare il tampone all’ex ospedale di Luzzara».

Tampone che ha confermato la positività della famiglia. «Il giorno dopo due persone dell’Ausl sono venute a casa nostra per fare il tampone a mia figlia Aurora, perché nella sua scuola (frequenta le superiori) c’erano due compagne positive. Intanto che c’erano ho chiesto loro di visitare Martina. Le hanno misurato la saturazione e i valori andavano bene, aveva sopra il 95% (di ossigeno nel sangue), un valore che andava bene». Il giorno dopo, alle 20, a poche ore dal ricovero, tocca alla sua dottoressa visitarla. Le ausculta i polmoni e le riprova la saturazione: tutto pare ancora nella norma.

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Poi il quadro clinico precipita. Alle 3.30 di giovedì il padre, dopo essersi accorto dei problemi respiratori della figlia, chiama la guardia medica e poi il 118. «È andata via da casa sulle sue gambe, seduta. Era spaventata ma sulle sue gambe. Una volta arrivata a Guastalla le hanno misurato la saturazione ed aveva appena 60». Da quel momento Martina non ha più rivisto la famiglia. «Anche questo ha influito. Era molto attaccata alla mamma. Le ha telefonato due volte dall’ospedale quella notte, poi nell’ultima chiamata le ha detto che la portavano in terapia intensiva dove è stata intubata».

La ragazza ha avuto due arresti cardiaci a breve distanza dal ricovero. «Ci hanno detto che aveva i polmoni distrutti, con la capacità respiratoria ridotta al 20%. Abbiamo iniziato a parlare con i medici per capire cosa stava accadendo e ci hanno detto che il Covid l’aveva preso nella maniera più devastante. Nel giro di pochi giorni non ce l’ha fatta».

La morte della 21enne, comunicata martedì con una telefonata alle 18.30, è stato un fulmine a ciel sereno per tutta la comunità. «Martina era sovrappeso ma non aveva patologie particolari. Da piccolina, appena nata, aveva avuto una encefalite, era più di là che di qua, ma l’avevano salvata. Questa volta purtroppo non ce l’abbiamo fatta. Non pensavamo certo che a 21 anni potesse morire di Covid. Dalle prime telefonate con i medici, per quanto non ce lo avessero detto chiaramente, avevo iniziato a pensare che la situazione era molto grave».

I familiari di Martina si trovano in isolamento (moglie e figlia hanno accusato blandi sintomi) e ieri sono stati sottoposti al tampone. La speranza è che risulti negativo per tutti e oggi riescano a partecipare ai funerali. Almeno l’ultimo abbraccio, ideale, dopo giorni nei quali non sono potuti stare al fianco della loro cara. —

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