Coronavirus, a Reggio Emilia l'allarme della Federazione Diocesana Servizi agli Anziani: «Le nostre Cra sono a rischio chiusura»

Aumentano i costi e le case protette si svuotano. Un centinaio in provincia i posti letto vuoti

REGGIO EMILIA. «Qualche nostra struttura è a forte rischio. E tanti bilanci saranno in perdita. Abbiamo una forte preoccupazione rispetto all’attuale situazione e in prospettiva sulla possibilità di continuare le nostre attività, nonostante abbiamo messo in campo tanti sforzi economici, spendendo da inizio pandemia oltre 650mila euro fra mascherine, camici, occhiali protettivi e altri dispositivi di sciurezza». Una doppia emergenza, economica e sanitaria. È quella che stanno vivendo le 17 strutture reggiane afferenti alla Fedisa, Federazione Diocesana Servizi agli Anziani. A lanciare l’allarme è il direttore Roberto Magnani, sulla base di numeri che hanno comportato anche uno svuotamento delle strutture: 746 i posti letto complessivi in provincia, di cui 648 occupati e un centinaio liberi ormai da cinque mesi.

Sono 127, pari al 17% del totale, i posti accreditati, mentre la restante quota è a libero mercato. Numeri dietro ai quali si nascondono le difficoltà a portare avanti le strutture per i 15 enti gestori – parrocchie, fondazioni e coop sociali – esclusi dai ristori. «Da giugno abbiamo registrato uno svuotamento nelle strutture, forse anche per paura delle famiglie o per lo smart working, che consente di accudire a casa i propri cari. Molti ospiti hanno lasciato il posto che avevano nel libero mercato o nell’accreditato per accedere a strutture pubbliche e solo una minima parte è rientrata. Ci è stato inoltre comunicato dall’Ausl che per le strutture accreditate non distribuirà dispositivi ma procederà a rimborsi, ma non ancora abbiamo ricevuto quelli della primavera. Per i posti privati sarà tutto a carico nostro». Un problema che rischia di creare ripercussioni occupazionali in centri come Baiso, Ventasso, Vetto o Casina, «in cui diamo posti di lavoro, prevalentemente a personale femminile».

L'INTERVISTA

Una carenza di infermieri preoccupante. E la necessità di eseguire tamponi rapidi e frequenti al personale socio-sanitario, in modo da evitare che il contagio entri e si diffonda fra ospiti e personale. E poi lo svuotamento delle strutture e le preoccupazioni economiche, che potranno spingere molte Cra a chiudere di qui al prossimo anno. Argomenti affrontati insieme a Roberto Magnani, direttore Fedisa, Federazione Diocesana Servizi agli Anziani, e responsabile Welfare di Confcooperative. «I nostri gestori sono tutti no profit – spiega Magnani – non abbiamo mai avuto margini stratosferici né distribuiamo dividendi ad azionisti perché non siamo un’attività speculativa, ma le nostre rette garantivano un equilibrio economico per mantenere centri che sono presidi sociali e occupazionali per le comunità in cui si trovano, specie per le comunità piccole. Non si può fare un discorso solo economico, ma ci stiamo facendo carico di costi insostenibili».

Magnani, davvero il sistema è così a rischio?

«Ci sono costi che si scaricano sulla possibilità di continuare a offrire o meno ospitalità agli anziani, di continuare a investire o meno in qualità e formazione per gli operatori. So che la fila della richiesta di aiuti è lunga, ma si sta provando a fare di tutto per riuscire a superare questa situazione particolare legata al Covid».

Nelle case per anziani la pandemia ha mietuto numerose vittime durante la prima ondata? Com’è ora la situazione?

«Nelle nostre 17 strutture solo in una, quella di Casalgrande, ci sono stati casi di positività. Nelle altre 16 finora da inizio agosto non c’è un caso né fra gli operatori né fra gli anziani accolti. Ma sappiamo che tutto può cambiare da un giorno all’altro».

Com’è possibile?

«La preoccupazione è massima, così come l’attenzione. Noi abbiamo chiuso alle visite dei parenti le strutture a inizio ottobre, prima delle disposizioni. Quello che ci saremmo aspettati, e che abbiamo segnalato, è che bisogna però trovare modi per evitare l’isolamento totale dei nostri anziani. È impensabile tenere chiuse le strutture ai familiari per tutti questi mesi. Venerdì l’Ausl ci ha convocato per condividere idee e progetti. È un confronto prezioso. Oltre a tablet e videochiamate stiamo predisponendo stanze con plexiglass in modo da poter consentire ad anziani e parenti di vedersi pur attraverso un vetro e parlarsi con un interfono. Ma c’è un altro aspetto fondamentale sulle chiusure».

Ovvero?

«Servono screening rapidi e frequenti per gli operatori. Pongo il tema: da un mese a questa parte l’unica possibile causa di contagi e focolai riguarda l’ingresso di operatori, dal momento che non entra nessun altro, nemmeno i fornitori. I nostri operatori sono la risorsa più preziosa ma anche la più pericolosa, che sente anche il peso di questa responsabilità vivendo in mezzo a tante pressioni. È evidente che se gli screening non vengono fatti con frequenza non c’è possibilità di evitare eventuali positività all’interno delle strutture, soprattutto se portate da operatori asintomatici. Anche qui però c’è un problema di costi».

Adesso dalla Regione arriveranno i tamponi con esiti in 15 minuti, di cui una quota sarà destinata a familiari e dipendenti delle Cra. Può essere una soluzione?

«Noi comprendiamo che la quota sia destinata anche ai familiari, ma pensiamo che ora la priorità debba essere riservata agli operatori. L’ultimo screening insieme all’Ausl in alcuni casi risale a settembre, in altri a inizio ottobre. È più di un mese che gli operatori non sono sottoposti a tampone. È un aspetto che necessita di essere rivisto. Servono misure straordinarie, perché le Cra sono un servizio che non chiude e che non può chiudere, considerando anche quanto sia numerosa la componente anziana nella demografia reggiana. Non può andare in smart working l’assistenza. Ben vengano i tamponi rapidi, ma devono essere periodici e con canali specifici, perché il rischio è molto elevato. È una richiesta che facciamo, pur nella consapevolezza che di richieste ce ne sono tante: se anche questa opportunità è scaricata sui datori di lavoro, diventa insostenibile. Capisco bene che ha costi significativi per la collettività, ma siamo davanti a situazioni difficili e particolari verso persone fragili che meritano attenzione. Pensiamo quindi che questo screening debba essere gestito dalla sanità pubblica. E che si debba remare tutti dalla stessa parte».
In caso di positività di un operatore servirà anche un turn over. Com’è la situazione sotto quel punto di vista?
«Più che operatori, soffriamo una carenza di infermieri. E questo è un grande problema perché mancano le sostituzioni. Molti anche qui hanno scelto il pubblico e il reclutamento è davvero difficile. Stiamo pensando di muoverci a livello nazionale, ma c’è uno scrupolo: non si possono svuotare territori o Paesi stranieri di professionalità, perché anche se qui troverebbero un lavoro si provocherebbero altrove danni sociali o disgregazioni familiari. Penso che su tutti gli aspetti dell’emergenza si debba essere fortemente coordinati fra sistema pubblico, privato e accreditato, in modo da avere una progettualità integrata e condivisa per risolvere tutti i problemi». —


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