«Reggio in zona gialla ma la nostra sanità è già in sofferenza»

Marco Massari, direttore dell’Unità Operativa di Malattie Infettive del Santa Maria «La situazione è preoccupante e temo si assisterà a un aumento dei decessi»

REGGIO EMILIA. «Da un punto di vista sanitario speriamo che queste misure siano sufficienti, ma ho il timore che non lo siano. L’impennata dei casi delle ultime settimane, anche se ora appare in lieve rallentamento, ha creato una spinta sugli ospedali estremamente significativa. Reggio e Modena sono in condizioni di sofferenza e stiamo riconvertendo reparti su reparti, anche se siamo in zona gialla. Il messaggio è che bisogna rispettare il più possibile le norme di comportamento individuali: ci deve essere la consapevolezza che la pandemia ce la troveremo sul groppone fino alla fine del prossimo anno. Andremo avanti con alti e bassi, aperture e chiusure, soprattutto nei mesi invernali, quando si vive di più in ambienti chiusi. E temo che nelle prossime settimane si assisterà a un aumento dei decessi, in conseguenza dei contagi di questo ultimo periodo».

Reggio e l’Emilia diventano da oggi (venerdì 6 novembre, ndr) zona gialla. Ma Marco Massari, direttore dell’Unità Operativa di Malattie Infettive del Santa Maria Nuova, invita a non abbassare la guardia. «La suddivisione in zone tiene insieme diversi parametri – spiega – Detto banalmente, si cerca soprattutto di valutare da un lato la circolazione del virus e la capacità di tracciare i positivi e dall’altra il sovraccarico del sistema ospedaliero.

La Calabria ad esempio è finita in zona rossa non perché ci sono tanti casi, ma perché il sistema sanitario calabrese è in netta sofferenza. La zona gialla comporta meno restrizioni, ma considero la situazione estremamente preoccupante, sia nella nostra regione, sia in tutto il Paese, sia in tutta l’Europa. Non bisogna vivere questa fase come se l’avessimo scampata. Ci sono persone che hanno difficoltà a fare il tampone rapidamente perché i casi sono tanti. Se hanno sintomi devono cercare di stare in casa e aspettare che vengano chiamate per fare il tampone, considerandosi già come persone positive. E la raccomandazione da qui ai prossimi mesi è quella di modificare le proprie abitudini e incontrare il minor numero di persone possibili: ognuno deve crearsi la propria bolla, altrimenti non se ne esce. Purtroppo la realtà è questa, sono sacrifici necessari perché in piena pandemia i comportamenti delle persone sono decisivi per salvare vite umane».


Dottor Massari, si aspettava un’ondata del genere e così precoce?

«Secondo modelli elaborati da epidemiologi e studiosi, la proiezione basata sull’incremento dei casi osservato a fine agosto-settembre avrebbe comportato un significativo aumento delle positività in assenza di provvedimenti, cui si è aggiunta un’accelerazione per la ripresa delle attività lavorative e scolastiche. C’è stato un picco dopo la riapertura delle scuole, che non vuol dire necessariamente contagi dentro le scuole, ma vuol dire che milioni di persone si sono rimesse in movimento. Adesso purtroppo avremo un incremento dei decessi, che seguono sempre di 15-20 giorni il riscontro delle positività».

Ma siamo di fronte a un virus più contagioso? Si parla molto del ceppo spagnolo...

«Il ceppo originario, cioè quello che si è diffuso già la scorsa primavera in Europa, si è selezionato “darwinianamente” perché caratterizzato da una maggiore contagiosità e una maggiore capacità di entrare nelle persone e diffondersi. La mutazione identificata in Spagna, invece, al momento non pare correlata ad una maggiore virulenza, ma ci sono studi in corso».

È cambiato il quadro clinico dei pazienti?

«Le persone anziane, forse sapendo di avere fattori di rischio, probabilmente ora tendono ad essere più attente, anche se rappresentano sempre una categoria molto a rischio. Rispetto alla prima ondata, adesso abbiamo tante persone di mezza età ricoverate con problemi di insufficienza respiratoria severe: dai 40-45 anni, in alcuni casi anche meno, fino ai 70 anni al massimo. Fra i nostri pazienti acuti ci sono tante persone fra i 50 e i 60 anni».

E a livello terapeutico? C’è qualcosa di diverso rispetto a marzo?

«Da due o tre mesi a questa parte, la terapia si è consolidata su quattro trattamenti: fondamentale è l’ossigeno, che resta il caposaldo del trattamento, con un migliore affinamento delle modalità di ventilazione sia non invasiva che invasiva. Dal punto di vista medico il cortisone è l’unico farmaco che ha dimostrato di essere efficace nel senso di riduzione della mortalità. Poi c’è l’antivirale Remdesevir, che sembra dia vantaggi sulla durata della degenza. È un farmaco che può definirsi “opaco”, nel senso che non è in grado di modificare in maniera significativa la prognosi dei pazienti. Il terzo farmaco è l’eparina, data come profilassi o terapia dei fenomeni tromboembolici tipici della polmonite Covid-19».

Qual è l’umore del personale ospedaliero? Ripartire con questa battaglia non deve essere facile...

«C’è consapevolezza del valore e del significato di quello che facciamo. Sappiamo che la sanità in generale rappresenta un caposaldo della gestione della pandemia. Trovo inutile mettere in competizione sanità ed economia: senza un approccio sanitario efficace non c’è sistema economico che tenga. Ragionamenti questi che non sono completamente passati: se noi molliamo per “salvaguardare” l’economia, lasciamo che il contagio possa coinvolgere persone in produzione. Anche in ambito sanitario, per esempio, abbiamo medici, infermieri e operatori che si sono contagiati al di fuori dell’ospedale, prevalentemente in ambito famigliare, ed è un problema molto serio. I numeri non sono piccoli, con il rischio di ridurre l’attività di servizi essenziali per mancanza di personale. Data questa consapevolezza, c’è molta preoccupazione. Sull’umore finora ha aiutato aver avuto meno decessi, ma temiamo che nei prossimi giorni la situazione possa peggiorare. Di certo c’è qualche segno di stanchezza c’è. È da febbraio che si va a ritmi importanti, a malapena siamo riusciti a fare un periodo di ferie, adesso di nuovo ci sono turni raddoppiati. Tutti i reparti Covid sono sotto pressione».

Nella prima ondata eravate considerati eroi. E ora?

«Il clima è cambiato. Ora avviene un po’ come quando per una diagnosi si dà la colpa al medico e non alla malattia. Le persone sono stanche ed è comprensibile, il sistema sanitario è in netta difficoltà anche perché a differenza di marzo per ora sono state ridotte poche attività e quindi le risorse per fronteggiare entrambi i fronti sono scarse, con conseguenti disservizi. Non abbiamo bisogno di eroi e tantomeno ci siamo sentiti eroi, occorre però che tutti noi abbiamo la consapevolezza della gravità della situazione e che solo insieme potremo uscirne».

Un clima alimentato anche dal negazionismo?

«C’è una sorta di irrazionalità nel negare una cosa negativa con cui bisogna fare i conti, cercando qualche caprio espiatorio. Penso a quanto avvenuto a Rimini, dove sono state danneggiate auto del personale sanitario. O in Svizzera, dove operatori sanitari che chiedevano tutele durante una manifestazione sono stati attaccati in piazza da un gruppo di negazionisti. Ma ora la nostra preoccupazione maggiore è che in ambito sanitario il Covid si stia mangiando il non Covid. Questo ci dà frustrazione».

Ovvero?

«Nel senso che le strutture sanitarie sono altamente coinvolte nella lotta al Covid e si fa fatica a garantire efficacia di prestazioni anche sul non Covid. Noi per il momento abbiamo ridotto poco nel programmato. Ma a differenza della prima ondata, dove i pazienti Covid si sostituivano ai non Covid, visto che si andava meno negli ospedali e non c’erano incidenti stradali o sul lavoro, adesso i malati Covid si aggiungono a pazienti con altre patologie. E c’è sofferenza per garantire assistenza qualificata anche ai Covid negativi ».

Lei prima ha parlato di vaccini. Allo studio ci sono anche gli anticorpi monoclonali. A che punto siamo?

«Entro i primi mesi dell’anno nuovo dovrebbero concludersi le sperimentazione dei vaccini in fase avanzata di sviluppo, in modo che i risultati siano resi pubblici e valutati dalle agenzie regolatorie in maniera molto rigorosa, con la speranza che vengano dimostrate efficacia e sicurezza. Dopo questa fase però c’è il problema del vaccinare le persone: per ottenere un’adeguata immunità bisogna vaccinare milioni di persone. Ed essendo un virus respiratorio è anche possibile che ci sia bisogno di una doppia dose di vaccino per indurre una risposta immunitaria efficace. Prima che il vaccino dia copertura significativa a livello di popolazione ci vorranno mesi e mesi di lavoro. Anche sugli anticorpi monoclonali ci sono studi promettenti e si attendono i risultati delle sperimentazioni, soprattutto per capire a chi effettuarli. Possono essere usati sia come profilassi sia come terapia, ma sono farmaci che vanno usati molto precocemente: colpiscono il virus e in teoria andrebbero usati nei primi giorni di sintomi. Quando si arriva in ospedale con insufficienza respiratoria la fase virale in genere è già stata superata e prevale invece la componente infiammatoria. In questo contesto i monoclonali agiscono meno. Le cose quindi non sono semplici e non bisogna farsi facili illusioni». —

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