’Ndrangheta a Brescello Imputati condannati a risarcire 5 milioni di euro

È il calcolo dei danni  riconosciuti alle parti civili che si sono costituite nel processo di primo grado contro il clan Grande Aracri

REGGIO EMILIA

Il conto è salato: 5 milioni di euro. Una cifra che parte consistente dei 42 imputati del primo troncone del processo Grimilde, dovranno risarcire alle parti civili. Un processo che ha visto alla sbarra i rappresentanti della ’ndrangheta a Brescello, Salvatore Grande Aracri in primis, tassello mancante nell’inchiesta Aemilia, dalla quale però l’inchiesta Grimilde ha preso in parte spunto, proseguendo poi su un binario indipendente, giungendo al blitz del 2019 effettuato dalla polizia sotto l’egida della Dda di Bologna. L’indagine sugli affari illeciti del clan Grande Aracri nella Bassa reggiana è giunta due giorni fa alla sentenza di primo grado nei confronti dei 48 imputati giudicati con rito abbreviato. Una sentenza che assegna 500mila euro alla Presidenza del Consiglio dei ministri e 2,3 milioni al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ci sono poi 280mila euro alla Regione Emilia-Romagna, 140mila euro al Comune di Reggio Emilia e un milione e 50mila euro al Comune di Piacenza. Il risarcimento stabilito per il Comune di Brescello è di 110mila euro, 80mila euro quello per l’associazione antimafia Libera e di 100mila a testa per Cgil, Cisl e Uil dell’Emilia-Romagna.


Altrettanti sono quelli che dovranno essere liquidati dagli imputati alla Camera del lavoro di Reggio Emilia e 80mila euro a quella di Piacenza.

Una sentenza per molti versi storica, che stabilisce un primo punto fermo a livello giudiziario sul radicamento della ’ndrangheta a Brescello, primo Comune ad essere sciolto per condizionamenti mafiosi – era il 2016 – in Emilia-Romagna. Molti i sequestri, dalla casa di via Breda Vignazzi al civico 4 a quote di società come l’Immobiliare San Francisco, grande incrocio degli interessi del clan, simbolo di intestazioni fittizie. Era partecipata da Salvatore Grande Aracri (condannato a 20 anni in Grimilde), Giulio Giglio (fratello del collaboratore di giustizia Pino Giglio), Antonio Muto (condannato in Aemilia) e Michele Pugliese, pluripregiudicato anch’egli condannato per associazione mafiosa. Una società creata in realtà nell’alveo di Francesco Grande Aracri, padre di Salvatore e a cui il nome della società faceva riferimento. Ieri Cgil, Cisl e Uil dell’Emilia-Romagna hanno espresso soddisfazione per la sentenza. Alla luce delle condanne - emesse per un totale di 230 anni di carcere - le organizzazioni sottolineano che «l’impianto accusatorio sostenuto dai pubblici ministeri è stato confermato, incluse le diverse imputazioni per associazione mafiosa e le numerose aggravanti». Inoltre, «anche la diretta correlazione con l’indagine Aemilia, e i successivi processi svolti, risulta confermata». Pertanto, viene evidenziato, «si completa ulteriormente il quadro, estremamente preoccupante, relativo all’azione della ’ndrangheta nella nostra regione e la sua capacità, purtroppo dimostrata, di penetrare il tessuto economico e sociale, fino a coinvolgere soggetti appartenenti alle istituzioni». Altro aspetto che viene confermato, proseguono i sindacati confederali, è che «la lesione delle libertà e dei diritti fondamentali di chi operava all'interno delle aziende coinvolte e il grave sfruttamento svolto mettendo in atto forme di caporalato, costituiscono purtroppo una componente fondamentale delle mafie in questa Regione». —

Enrico Lorenzo Tidona

© RIPRODUZIONE RISERVATA