Grimilde, domani arriva la sentenza La pm ha chiesto 264 anni di carcere

Il verdetto riguarderà i 48 del rito abbreviato e chi patteggia L’argine alzato dalle difese con le richieste di assoluzione

Bologna

Dal 13 maggio l’udienza preliminare di Grimilde – primo passo giudiziario sulla operazione antimafia esplosa nel giugno 2019 e con Brescello nel mirino – ha “corso” speditamente verso la sentenza legata a riti abbreviati (48 posizioni) e patteggiamenti (sotto la decina), mentre sono 22 gli imputati rinviati a giudizio che affronteranno il procedimento con rito ordinario a partire dal 16 dicembre nel nostro tribunale. Una partenza che oltre cinque mesi fa è avvenuta con 26 misure restrittive: dietro le sbarre (in certi casi per altra causa) in 22, gli altri 4 agli arresti domiciliari.


Un cammino rapido che ha vinto anche le limitazioni anti–Covid, grazie all’organizzazione data dal gup Sandro Pecorella che ha puntato sulla rappresentatività dei difensori e degli avvocati di parte civile (con delega da parte degli altri colleghi) il che ha limitato pure la presenza degli imputati. Una calendarizzazione che ha accolto tutte le esigenze, senza mai sacrificare i diritti e la salute. Nella requisitoria la pm Beatrice Ronchi ha chiesto 264 anni di reclusione per 47 persone, nonché l’assoluzione perché il fatto non sussiste per Nicola Tafuni. L’accusa si è per lo più soffermata sull’affare Oppido e sulla famiglia Muto, per poi concentrarsi sulla famiglia Grande Aracri di Brescello e sul ruolo chiave che ritiene rivestito dai colletti bianchi: Donato Clausi e Monica Pasini. Il pm ha calcato la mano su Salvatore Grande Aracri, 41 anni, detto “il calamaro”, proponendo la pena più alta in assoluto: 20 anni. Oltre all’associazione mafiosa, Salvatore è accusato di una sfilza di reati: tramite colloqui col padre detenuto avrebbe veicolato informazioni e scambi di contatti tra affiliati; avrebbe svolto il ruolo di prestanome (c’è un lungo elenco di intestazioni fittizie) per le società del padre; avrebbe tenuto contatti con il boss Nicolino, suo zio, partecipando a un vertice nel 2011 in occasione della sua scarcerazione; avrebbe svolto azioni estorsive sotto forma di recupero di crediti. Il 41enne ha negato con forza durante la sua deposizione, il tutto poi ripreso dal difensore Giuseppe Migale Ranieri nell’arringa. Nelle ultime udienze le difese hanno affrontato il caso Oppido, cioè quella che l’accusa individua come una truffa da 2 milioni di euro – tramite una falsa sentenza – al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Chiesta l’assoluzione in quest’ambito per il boss Nicolino Grande Aracri («Diviene difficile comprendere il ruolo che ha avuto, a nostro modo di vedere è il più classico dei “post factum” non punibili» ha detto l’avvocato Filippo Giunchedi»), ma anche per Giovanni Abramo (genero del capoclan), Alfonso Diletto, Nicolino Sarcone e Romolo Villirillo («È intervenuto a giochi fatti, per questo va assolto» rimarca il legale Luigi Colacino). Venerdì le difese si sono concentrate sull’imputazione relativa – secondo la pm – ad una tentata truffa, con di mezzo un mutuo da ottenere per poi girarlo al clan. Chiesta l’assoluzione per gli imputati Mariantonietta Mallia e Isauro Bonacini. «Bonacini nulla sapeva – ha sottolineato il difensore Davide Ferrari – di questo (fantomatico) disegno a monte dell’operazione di mediazione. Nei fascicoli della Procura non vi sono prove. Ha solo istruito la pratica (è la sua attività di mediatore creditizio) che viene negata in quanto chi vende è ritenuto vicino ad una cosca. Sorpreso ed anche dispiaciuto, comunica tale circostanza ai clienti e la sua opera si conclude. Va assolto perché non vi sono prove nemmeno che abbia agevolato l’attività dell’associazione ’ndranghetista».Domani repliche finali e la sentenza. —



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