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Gli affari delle cosche al tempo del Covid. Mani su sanità, ditte in tilt e soldi pubblici

Reggio Emilia, visti i precedenti ’ndranghetisti del dopo-sisma 2012 si respira anche nel Reggiano il pericolo di nuove prede mafiose. Cafiero de Raho (Antimafia): «L’azione di contrasto non può essere solo degli inquirenti, deve muoversi anche la politica»

REGGIO EMILIA. Da mesi, sotto traccia, la criminalità organizzata sta cercando – e il Reggiano non fa certo eccezione – di capitalizzare al massimo le opportunità che si possono creare con l’emergenza Covid, non ultimo l’aggressione alla possibile iniezione di una valanga di denaro pubblico (i 300 miliardi di euro stanziati dallo Stato per le imprese in ginocchio a causa del Coronavirus, gli auspicati miliardi legati Recovery Fund e al Mes) necessario per non perdere il treno che deve portarci fuori dalla spaventosa crisi economica causata dalla pandemia.

Uno stato d’emergenza che per la nostra provincia ricorda molto quanto accadde nel dopo-terremoto 2012 con risorse per la rinascita che furono “preda” della ’ndrangheta, come ha poi scoperchiato la maxioperazione antimafia Aemilia. E come allora serviranno occhi puntati, indagini mirate.


VALANGHE DI SOLDI

In linea generale, la Procura nazionale antimafia sta monitorando da tempo i possibili “segnali” che possono far individuare le strategie mafiose e relativi rischi, ma c’è preoccupazione: «Sento un silenzio assordante della politica – ha detto in una recente intervista il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho – su questo pericolo. Come se l’azione di contrasto fosse solo questione di arresti, processi e tribunali. E non obbligasse, al contrario, a mettere in cima all’agenda la necessità primaria di proteggere le aziende sane e, contemporaneamente, di impedire con ferrei controlli la possibilità di arricchimento da parte delle organizzazioni criminali. Ai tavoli delle grandi imprese, già prima della pandemia – rimarca Cafiero de Raho – le mafie spesso sedevano insieme, i profili sempre più sovrapponibili a quelli di manager e industriali. E fondano società in comune. Ma guai se adesso non si impedisse il loro accesso agli enormi flussi di denaro disponibili per risollevare l’economia post-virus».

E la parola d’ordine è controlli serrati: «In un momento di grande sofferenza economica come questo – prosegue il procuratore nazionale antimafia – è indiscutibile la necessità di intervenire con verifiche e controlli per impedire che le imprese criminali continuino ad arricchirsi. E, anzi, a godere di un’eccezionale iniezione di capitali pubblici. Occorrono, ora, meccanismi di controllo che rendano più selettivi gli accessi». L’invocazione è meno facilitazioni per accedere ai finanziamenti pubblici, fari puntati sugli appalti, massima attenzione a come si muovono gli apparati tecnici della pubblica amministrazione.

I CAMPANELLI D’ALLARME

Ma quali sono i campanelli d’allarme già “suonati” in questo anno terribile?

In campo sanitario la ’ndrangheta avrebbe incentivato – complice l’emergenza pandemia – la sua tradizionale presenza, che significa controllo su cliniche private, investimenti in farmacie (la nuova frontiera sono gli affiliati laureati in medicina e farmacia), commercio dei medicinali e delle mascherine.

Non meno incisivo lo sfruttamento della tecnologia, con un massiccio approdo sul web. E proprio la Rete sarebbe diventata un mezzo potentissimo per piazzare – con il market online – non solo i già citati farmaci controllati dai clan, ma soprattutto droga (di tutti i tipi, a partire dalla richiestissima cocaina) e armi. Mercati facilmente accessibili su Internet, attraverso cui le mafie forniscono, vendono e fanno soldi a palate. Stesso discorso online per il gioco d’azzardo. Lo dice espressamente la Dia in una recente relazione, rimarcando come la criminalità organizzata abbia ottenuto «una posizione di predominio rispetto agli operatori legali».

E anche in questo caso il lockdown ha favorito il fenomeno, facendo aumentare sensibilmente le giocate a portata di click. Poi vi sono gli affari più raffinati e sempre il procuratore Cafiero de Raho entra su un versante che negli ultimi anni ha decisamente devastato l’economia reggiana: «Le mafie, oggi, offrono soprattutto servizi. Le imprese di ’ndrangheta, di mafia, di camorra, elargiscono strumenti di formidabile potere. come quello delle false fatturazioni, ad esempio. È un “prodotto” che aggrega le imprese e consente alle mafie di tenere in pugno anche quella parte dell’economia che non ha un’origine criminale. È evidente che da quel momento in poi – sottolinea il numero uno della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo – il soggetto o l’impresa che ha ricevuto quel servizio resteranno impigliati e coinvolti, quasi costretti, a proseguire nel percorso dell’illegalità. Non solo su scala domestica».

ECONOMIA INFILTRATA

Criminalità organizzata meno sanguinaria, ma che sa insinuarsi con grandi profitti nell’economia del territorio preso di mira . Detto delle fatture fasulle, il discorso si è negli ultimi tempi allargato ad altri escamotage da colletti bianchi: a dir poco sospetto il boom di richieste da parte delle imprese di finanziamento (i famosi 25mila euro) per la crisi dovuta dal Covid, per non parlare delle acquisizioni di quote o di intere società in evidente difficoltà finanziaria per poi essere utilizzate per fini illeciti. E ancora crediti di imposta fasulli (truffando, per esempio, sulle spese affrontate in azienda per rimodularsi di fronte all’emergenza Covid) oppure cooperative spregiudicate a caccia di subappalti ma basando la propria concorrenzialità su pratiche illecite come tasse evase, contributi non pagati ai dipendenti, fallimenti “facili” per poi ricominciare con un altro volto.

Insomma, è vasta la nuova silenziosa frontiera della criminalità organizzata che, paradossalmente, sta trovando “carburante” in più negli sconvolgimenti portati dalla pandemia. —

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