Appello di Aemilia, 13 anni per Brescia. Faceva parte del clan ma la pena è ridotta

Moglie assolta: non vi fu intestazione fittizia del locale “Antichi Sapori”. Condanna confermata per l’ex maresciallo Lupezza 

BOLOGNA. Confermato il radicamento in Emilia – con epicentro a Reggio Emilia – di un clan ’ndranghetista autonomo di cui faceva parte il costruttore cutrese 53enne Pasquale Brescia, con quest’ultimo (da tempo in carcere) che però si vede ridotta la condanna a 13 anni di reclusione.

È questo il senso della sentenza d’appello emessa ieri nel filone di Aemilia scaturito dall’astensione per incompatibilità del giudice Giuditta Silvestrini (il caso era stato sollevato dalla difesa di Brescia perché il magistrato faceva parte del collegio che aveva giudicato proprio l’imprenditore edile per la lettera considerata minacciosa al sindaco Luca Vecchi) e che nella primavera scorsa ha portato alla formazione di una Corte tutta al femminile (Valentina Tecilla l’ha presieduta, a latere le colleghe Cristina Bellentani e Stefania Di Rienzo).

Se l’impianto accusatorio principale (associazione mafiosa) nei confronti di Brescia è rimasto inalterato, la sentenza ha “tagliato” di tre anni la pena per il 416 bis rispetto al primo grado (con rito abbreviato il costruttore era stato condannato a 16 anni), mentre è giunta l’assoluzione «perché il fatto non costituisce reato» relativamente all’accusa di intestazione fittizia alla moglie (la 51enne Rosaria Ameglio) del ristorante “Antichi Sapori” di Gaida in cui per la Dda venne siglato, nel 2012, un patto fra ’ndrangheta e politica contro le interdittive antimafia dell’allora prefetto di Reggio Emilia, cioè Antonella De Miro. Assoluzione che, di riflesso, ha riguardato anche la moglie di Brescia. In primo grado con rito ordinario, per questa specifica imputazione il marito era stato condannato a 6 anni e 9 mesi, mentre la moglie a 4 anni e 6 mesi.

Nelle scorse udienze il sostituto pg Luciana Cicerchia aveva chiesto 19 anni di carcere per Brescia (mettendo in continuazione le due sentenze di primo grado) e la conferma della pena per Ameglio.

Era stata invece chiesta l’assoluzione per i due coniugi dal pool difensivo: l’avvocato Gregorio Viscomi li tutela entrambi, Alfredo Gaito solo per Brescia e Antonio Mancino per la consorte del costruttore.

Sempre in questo filone è giunto il verdetto anche per l’ex maresciallo dei carabinieri Alessandro Lupezza, 50 anni, finito nei guai per i controlli in banca-dati su un’auto per conto di Brescia che lo ringraziò. La Corte ha confermato la condanna di primo grado, cioè 5 anni di reclusione, accogliendo in pieno la richiesta del sostituto pg Cicerchia.

Nell’arringa l’avvocatessa Francesca Basco aveva invece rimarcato come non vi fossero prove sull’aggravante mafiosa dell’articolo 7, rimarcando «la mancanza di prove sulla divulgazione delle notizie e il favoreggiamento del clan». Ieri il difensore di Lupezza non ha voluto sbilanciarsi: «Sull’aggravante mafiosa dovrò verificare come sia stata considerata nelle motivazioni della sentenza, per poi eventualmente fare ricorso in Cassazione».

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