Alluvione Lentigione, la procura chiede il processo per i tecnici Aipo

Il centro di Lentigione invaso dalle acque del torrente Enza la mattina del 12 dicembre 2017

Brescello, fissata a dicembre l’udienza preliminare, l’accusa per i tre è di inondazione colposa in concorso

BRESCELLO. Richiesta di rinvio a giudizio e udienza fissata per il 14 dicembre prossimo davanti al gup per i tre indagati per l’alluvione di Lentigione. Si tratta dei due dirigenti dell’Aipo, Mirella Vergnani e Massimo Valente, e un tecnico della stessa Agenzia interregionale per il fiume Po responsabile di quel tratto di fiume, Luca Zilli, tutti di Parma.

L’INCHIESTA. Secondo l’inchiesta del Nipaaf dei carabinieri forestali di Reggio, coordinati dal sostituto procuratore Giacomo Forte, sarebbero state due le cause all’origine dell’esondazione del dicembre del 2017 del torrente Enza. La prima: il malfunzionamento delle due casse di espansione di Montecchio/Montechiarugolo. Si tratta della prima “barriera” idraulica, una zona di raccolta che ha lo scopo di trattenere l’acqua proveniente dall’Appennino prima che raggiunga la Bassa. Quel 12 dicembre 2017 ci fu un’anomalia nel funzionamento del sistema idraulico, a causa – sempre secondo gli investigatori – dei detriti accumulatosi negli anni e della presenza di una folta vegetazione, nonché dovuta alla cattiva manutenzione dell’opera stessa. Se fosse stata eseguita una corretta manutenzione delle casse, il livello del torrente non avrebbe raggiunto nella Bassa quella quota che ha provocato l’esondazione.


Il secondo problema riguarda la cosiddetta “corda molle”: così viene chiamato, in gergo, il tratto dell’argine dove c’è un avvallamento. Si tratta di un punto che era più basso e secondo chi indaga il fatto era noto, sia da parte degli esperti ma anche degli anziani del posto. Lì si è verificata prima l’esondazione, quindi la rottura.Secondo le indagini, si sarebbe dovuto provvedere a rinforzarlo con dei sacchi e a monitorarlo a mano a mano. Le conclusioni a cui sono giunti gli investigatori è che il comportamento di Aipo sarebbe stato improntato alla sottovalutazione e alla non adozione delle misure di protezione, che da sole sarebbero bastate. Da qui, l’accusa rivolta alle tre figure della stessa agenzia interregionale per inondazione colposa in concorso.

I DANNI. L’indagine penale si affianca al tema del risarcimento danni. Sono oltre 80 infatti le istanze presentate dai cittadini di Lentigione. E anche la Corte dei Conti ha acceso un faro sulla vicenda proprio per i costi a carico della collettività che quel disastro, per fortuna senza vittime, causò.

L’ESONDAZIONE. Alle prime luci dell’alba del 12 dicembre 2017, gli abitanti di Lentigione si svegliarono con l’acqua in casa. Ben presto, il cuore della frazione così come i campi circostanti vennero invasi dal torrente.
In totale, 1.157 furono le persone sfollate: la stragrande maggioranza riuscì a trovare sistemazioni autonome, altre si appoggiarono al Kaleidos di Poviglio o negli alberghi. I danni furono ingentissime. Tra le “vittime” illustri anche gli stabilimenti Immergas invasi da acqua e fango. Ci vollero giorni e tanta buona volontà per ripulire il paese e rimettere in piedi a tempo di record negozi e attività produttive, per asciugare le abitazioni. Tante le auto che andarono perdute perchè travolte all’inondazione. I cittadini si sono riuniti in comitati per dare più forza alle loro richieste di risarcimento danni. All’epoca il Comune era commissariato. La sera prima in prefettura si tenne il vertice, durante il quale però arrivarono rassicurazioni. Qualche ora dopo il disastro.