Aumentano i contagi, il direttore dell’Ausl: «Siamo pronti, ma serve senso di responsabilità»

L’appello di Cristina Marchesi: «Non è il momento di abbassare la guardia, la diffusione dipende dai nostri comportamenti». Sulla casa di riposo di Rubiera: «Focolaio già circoscritto». E sulle scuole: «Finora non sono state un luogo di contagio» 

REGGIO EMILIA. Centodiciassette casi in tre giorni. Che, sommati a quelli trovati nella nostra provincia dall’inizio dell’emergenza sanitaria da Covid-19, fanno 6074. Numeri importanti, e in costante aumento. Numeri che fanno tornare con la mente alla scorsa primavera. «È il virus che circola: sta accadendo quello che ci aspettavamo succedesse», commenta Cristina Marchesi, direttore generale dell’Ausl di Reggio Emilia.

Venerdì scorso i nuovi positivi sono stati 48. E 48 erano stati i casi trovati il 15 marzo. C’è differenza?


«Decisamente sì, marzo era davvero un altro mondo. Adesso questo virus lo conosciamo, ci siamo attrezzati e non abbiamo smontato niente, è tutto pronto: drive in, tamponi, reagenti e il Servizio di Igiene Pubblica che lavora su tracciamenti e isolamenti. È questo il fronte che ci sta impegnando di più. Appena arriva un referto positivo iniziano le telefonate e la ricerca dei contatti, il “contact tracing”, per isolare velocemente altri possibili positivi. È un lavoro silenzioso ma fondamentale (svolto da 35 persone a cui si aggiungono gli operatori dei tamponi, oltre 50 persone, ndr) perché rallenta le pressioni sulle terapie intensive e gli ospedali. È chiaro che mano a mano che aumentano i positivi aumentano anche i ricoveri, ma al momento siamo a una ventina, di cui solo uno in terapia intensiva».

Parliamo della casa di riposo di Rubiera. Il pensiero va ai tanti malati, e anche purtroppo ai morti, registrati in primavera nelle strutture di quel tipo. C’è il rischio che ricapiti?

«No, intanto il focolaio di Rubiera è già stato circoscritto e poi le case di riposo e le residenze sanitarie per anziani sono già attrezzate per fare isolamenti al loro interno, non c’è più da inventare niente. Siamo molto lontani dal 19 marzo, un giorno che non dimenticherò mai, quando sono arrivati in Pronto Soccorso i primi anziani con sintomi importanti che venivano da più case protette. Allora era tutto da mettere in piedi... invece il giorno stesso in cui abbiamo saputo che c’era un caso positivo nella casa di riposo di Rubiera, eravamo già là con un geriatra, le squadre per i tamponi e tutto il resto. Adesso possiamo contare su una celerità di risposta che in primavera non avevamo perché non conoscevamo il virus. A marzo vedevamo la punta di un iceberg, oggi quasi tutto. Prima i casi ci capitavano, adesso li andiamo a cercare, c’è una bella differenza. Ma non è il momento di abbassare la guardia».

Anche per questo il sindaco ha inasprito il decreto rendendo obbligatoria la mascherina («sempre e comunque») in centro storico.

«Sono assolutamente d’accordo con quanto deciso dal sindaco. Tutti ci siamo accorti, andando in giro per la città, che parecchie persone portavano la mascherina come scaldacollo o al gomito, e che spesso c’erano assembramenti davanti a certi locali... purtroppo non ce lo possiamo ancora permettere. Piace a tutti uscire, stare in compagnia, divertirsi, ma un altro lockdown sarebbe terribile, quindi è bene adottare questi comportamenti corretti sempre. Abbiamo davanti ancora qualche mese di sofferenza, ma ce la faremo».

Quanto tempo ci vorrà, secondo lei?

«Chi può dirlo? Non mi aspetto una risoluzione della pandemia a breve. Sul vaccino c’è tantissimo lavoro e fermento, ma prima di poterlo somministrare alla popolazione mondiale bisogna davvero essere sicuri che non ci siano conseguenze dannose. Chi parla di soluzioni in tempi brevi fa solo annunci. Non abbiamo neanche una terapia specifica, ancora. Usiamo qualche antivirale che sembra essere efficace, e poi cortisone, eparina... farmaci che non combattono il virus ma gli effetti dannosi provocati dal virus. Ecco perché è importante il nostro comportamento. Abbiamo passato dei mesi sereni, siamo andati in vacanza, abbiamo un po’ allentato la guardia (anche se a luglio sono arrivate le prime avvisaglie con i rientri dalla Croazia, dalla Grecia e poi anche dalla Sardegna), adesso dobbiamo essere bravi e responsabili. Capire, ad esempio, che non è detto che gli amici con cui usciamo non abbiano il Covid».

Nel bollettino quotidiano, infatti, oltre ai focolai familiari sono comparsi quelli di amici. Qual è l’incidenza dei contagi in un gruppo nel caso in cui ci sia un positivo?

«La diffusione del virus dipende da noi, da quel che facciamo. Una cena tra amici o tra parenti, tutti a tavola vicini, magari per errore ci si scambia il bicchiere o la posata... beh è una fonte incredibile di contagio. Bisogna essere molto prudenti, è tutto in mano nostra. Lo ripetiamo? Mascherina, distanziamento, lavaggio accurato e frequente delle mani».

Abbiamo parlato di famiglia e amici, e la scuola?

«Ecco, ci tengo a dirlo: la scuola fino ad oggi ha dimostrato di non essere un luogo in cui il virus si diffonde. I positivi che abbiamo avuto nelle scuole sono tutte persone che hanno preso il Covid a casa e lo hanno portato a scuola. Facciamo un esempio: io sono positiva, chiamano mio figlio per un tampone di controllo e risulta positivo anche lui, ma lui va a scola e scatta la sorveglianza nella classe. Finora non c’è stato nemmeno un caso in cui il virus sia stato preso a scuola. Questo dimostra, ancora una volta, quanto sia efficace il lavoro di tracciamento».

Quanti tamponi vengono eseguiti al giorno?

«Al momento la media è di mille: tra ospedali, ambulatori Covid, squadre domiciliari e 7 drive in presenti a Reggio e provincia, tra cui il nuovo, al San Lazzaro, dedicato ai bambini tra gli 0 e i 6 anni. Ma vogliamo arrivare almeno a 1500 per prepararci al periodo invernale in cui, oltre al Covid, ci saranno le altre malattie da raffreddamento. Per darle un’idea, in marzo ne facevamo 200 al giorno. E poi, come? Fino al 15 marzo gli unici laboratori autorizzati per refertare i tamponi erano quello di Parma e quello di Bologna, quindi noi mandavamo i campioni a Parma di giorno, e a Bologna di notte. In poco tempo si sono accumulati ritardi indicibili. La musica è cambiata dal 16 marzo, quando abbiamo potuto iniziare a usare il nostro laboratorio».

Uno dei migliori e più attrezzati d’Italia, che a breve sarà migliorato ulteriormente.

«È vero, siamo organizzati bene. Abbiamo due laboratori: il laboratorio Abi che è quello che analizza i mille tamponi al giorno, e poi quello di microbiologia a cui arrivano i tamponi in emergenza, i test sierologici e i test antigenici, ovvero test rapidi che danno risposte in brevissimo tempo, tipo mezz’ora, sulla presenza dell’antigene. Si tratta di un test molto importante che abbiamo introdotto una settimana fa e ha già cambiato la vita al Pronto Soccorso. Avere il risultato in mezz’ora, infatti, significa non tener i pazienti in attesa, velocizzare i ricoveri e alleggerire il reparto. Oggi o domani, inoltre, dovrebbe arrivarci un nuovo strumento che permetterà di stabilire con un solo esame se il paziente ha l’influenza o il Coronavirus. Molto utile di questi tempi...».

Per aiutarvi e aiutarci, comunque, facciamo il vaccino anti-influenzale. Giusto?

«Assolutamente sì, mai come quest’anno è opportuno vaccinarsi. È importantissimo limitare il problema di dover fare una diagnosi differenziale tra influenza e Covid. Per noi adesso la febbre è un campanello d’allarme importante, ma non è data solo da questo virus».

Notizia positiva di oggi, ha riaperto il punto nascite di Montecchio. Qual è l’assetto degli ospedali al momento?

«Ha riaperto il punto nascite di Montecchio perché Montecchio, che nel picco della pandemia era stato chiuso, rimarrà un ospedale “pulito”, non Covid insomma. E il punto nascite del Santa Maria aveva bisogno di un po’ di respiro. Non Covid saranno anche Correggio e Castelnovo Monti, mentre restano ospedali Covid parte del Santa Maria Nuova, Scandiano (per i lungodegenti Covid) e Guastalla. Abbiamo deciso di tenere separati i percorsi per non arrivare alla chiusura degli ospedali, come era invece successo in marzo. Gli ospedali “puliti” saranno al servizio di tutta la provincia e ci aiuteranno a smaltire le liste di attesa».

Qual è la situazione?

«Quelle ambulatoriali sono quasi del tutto esaurite anche grazie alla collaborazione, che continua, con il privato accreditato. Se prima fissavamo visite ogni 15-10 minuti, adesso possiamo metterne al massimo due all’ora, quindi questa collaborazione è fondamentale. E nulla toglie alla sanità pubblica perché il privato sta facendo quello che noi in questo momento non riusciamo a fare, ma lo fa come lo faremmo noi. Siamo più indietro nella parte chirurgica, perché abbiamo meno reparti di terapia intensiva e sale operatorie, e soprattutto pochi anestesisti. Il 19 ottobre arriverà il nuovo primario, e dopo il 20 ci sarà un concorso per medici anestesisti, speriamo di rimetterci un po’ in sesto. Inoltre stiamo aspettando la delibera regionale che sblocchi il protocollo con l’università per assumere gli specializzandi. Sarebbe una bella boccata d’ossigeno». —

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