L'industria alimentare di Reggio Emilia in lotta: «Contratto rinnovato, ora firmatelo»

Ieri si sono fermati quattromila lavoratori, ma lo stato di agitazione prosegue. I sindacati: «Battaglia da vincere»

REGGIO EMILIA. Operai «incazzati». Striscioni appesi alle fabbriche. Assemblee, manifestazioni, picchetti, scioperi. È un autunno caldo, anzi caldissimo. Da una parte i metalmeccanici che hanno risposto con scioperi spontanei alla rottura del tavolo per il rinnovo del contratto nazionale da parte di Federmeccanica, dall’altro i lavoratori del settore industriale alimentare che stanno lottando di azienda in azienda per far sottoscrivere a tutti il contratto nazionale rinnovato il 31 luglio.

Proprio loro, ieri, hanno incrociato le braccia: quattromila lavoratori – solo nella nostra provincia – hanno scioperato contro le associazioni riunite in Federalimentari che ancora non si sono decise a firmare il contratto. E in centinaia si sono trovati davanti allo stabilimento dell’Inalca, in via Due Canali, a Reggio, alla presenza dei sindacalisti delle tre sigle di riferimento del settore: Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil.


«Le lavoratrici e i lavoratori del settore industriale alimentare – queste le parole dei segretari generali di “Fai Emilia centrale” Vittorio Daviddi, “Flai di Reggio Emilia” Giovanni Velotti ed “Uila di Modena e Reggio” Ennio Rovatti – hanno garantito anche durante il lockdown i servizi pubblici essenziali e gli approvvigionamenti dei beni di prima necessità, assicurando, nel contempo, elevati fatturati alle aziende. Non è giusto non sottoscrivere il contratto nazionale del 31 luglio e disconoscere il senso di responsabilità dimostrato alla collettività dai lavoratori del settore nel grave frangente che tutto il Paese ha attraversato».

Per i sindacati, il rinnovo del contratto nazionale sottoscritto a fine luglio «rappresenta un punto di avanzamento per le condizioni dei lavoratori sia sotto il profilo economico (con 119 euro di aumento a regime), sia sotto il profilo del welfare contrattuale (con un incremento di 5 euro mensili per ogni lavoratore a carico delle aziende). Ma anche sotto quello della tutela dei diritti contrattuali in quelle aziende dove non esiste la contrattazione di secondo livello (con 30 euro mensili erogati a titolo di indennizzo)».

Il problema, ha spiegato Ivano Gualerzi della segreteria Flai Cgil nazionale, davanti ai cancelli dell’Inalca, «è che Confindustria sta facendo pressioni su alcune associazioni per convincerle a non firmarlo. E si attacca a una differenza di 13 euro sull’aumento. In realtà – ha sottolineato mentre attorno a lui i lavoratori sventolavano le loro bandiere – i contrasti sono iniziati in sede di trattativa e molto prima che si arrivasse a parlare degli aspetti economici. È evidente, quindi, che si tratti di un pretesto. Dietro la volontà di non far sottoscrivere il contratto nazionale c’è qualcosa di più grave e pericoloso, c’è una motivazione politica: in discussione non c’è solo il contratto nazionale degli alimentaristi, ma la contrattazione nazionale in generale».

Lo sciopero di ieri è solo l’ultimo passaggio di un percorso iniziato lo scorso 24 agosto: risale ad allora la decisione di bloccare gli straordinari e le flessibilità. La seconda tappa, se le cose non dovessero cambiare, sarà il 9 novembre con una nuova giornata di sciopero. «Ma quanto fatto finora – ha dichiarato Gualerzi – ha già portato importanti risultati: cento aziende non aderenti alle tre associazioni che il 31 luglio avevano firmato il contratto, hanno dichiarato formalmente di aderirvi. E due giorni fa ha aderito anche l’associazione dei salumi, l’Assica». Il percorso, però, è ancora lungo. «Non solo perché solo 4 associazioni su 13 hanno aderito al contratto nazionale, ma perché bisogna anche interrogarsi su chi e cosa rappresentino queste associazioni, quanti lavoratori, quanto fatturato. Ma questa, lo dico senza paura, è una battaglia che noi dobbiamo vincere. Non esiste pareggio», ha concluso Gualerzi. —


 

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