Iva Zanicchi: «Rettifico, in realtà appartengo al partito del caplét, alla faccia del turtlén»

Reggio Emilia, la cantante a 360 gradi sulle sue vacanze gastronomiche a Ligonchio, sul turismo che si merita l’Appennino, sul taglio dei parlamentari 

REGGIO EMILIA. Campanilisti senza vergogna, siamo rimasti amareggiati dopo avere letto la nostra Iva Zanicchi affermare, in una intervista rilasciata a La Repubblica sul referendum ormai alle porte, di appartenere al partito dei turtlén. Che l’Aquila di Ligonchio abbia smesso di volare nei nostri cieli per atterrare sotto le Due Torri dimenticando i piatti di caplét gustati e magari anche “piegati” intorno a un tavolo immaginiamo affollato negli anni trascorsi nella sua Vaglie? Eppure le vacanze, quest’anno, Iva Zanicchi le ha passate tutte a Ligonchio. Allora, che anche Iva abbia rinnegato o perso per strada tradizioni, usi e costumi? Per toglierci l’amletico dubbio, lo abbiamo chiesto alla diretta interessata.

Scusi, ma per dirla tutta, ci ha un po’ deluso... Davvero lei fa parte del partito del turtlén e non del - per noi sacro - caplét?


«Dico la verità, non ho mai capito bene la differenza tra cappelletto e tortellino però, a pensarci bene, ha ragione. In realtà quando la mamma ci chiamava a tavola diceva che erano pronti i caplét. Anzi sa cosa le dico, sono felice di potere rettificare pubblicamente... Anche perché i cappelletti li so fare anche io. Li facevo insieme alla mamma quando veniva reclutato un bel gruppo di ragazzini per accelerare l’operazione. La sfoglia si tirava con il mattarello, e i cappelletti erano piccolissimi, e buonissimi. Anche oggi, se sono costretta a farli, li faccio. Ma in montagna, dalle mie parti, sono rimaste delle rezdore che fanno dei cappelletti irripetibili. E ottimi da gustare anche in piena estate».

Quest’anno ne ha mangiato molti? La verità.

«Moltissimi, troppi. Ho passato venti giorni di vacanza a Ligonchio: quest’anno, nonostante mio marito sia sardo, abbiamo rinunciato alla Sardegna per vari motivi a partire dall’emergenza Covid. Ma devo dire che siamo stati benissimo. Se vogliamo rimanere sul tema cibo, che è uno dei miei preferiti, abbiamo davvero mangiato di tutto. Oltre ai cappelletti, che anche a Ferragosto hanno il loro perché, ci siamo fatti scorpacciate di tortelli verdi, tortelli di patate e, un primo che a me piace tantissimo, i testaroli con il pesto alla genovese che si mangiano divinamente a Ospitaletto. Per me mangiare è ed è sempre stato un rito: riunirsi a tavola, gustare cose buone e condividerle. Infatti dopo venti giorni all’ingrasso sono tornata da Ligonchio con quei cinque o sei chili in più».

Che sarà mai, ora arriva l’inverno e si smaltisce. I chili e vanno e vengono...

«Quando avrà la mia età, si accorgerà che soprattutto vengono, purtroppo. D’altra parte, come si fa a rinunciare al cibo?».

Con tutta le bellezze che ci offre il nostro Appennino, non avrà solo mangiato durante le vacanze. Come passava le giornate?

«Ho fatto lunghe passeggiate e ho respirato aria buona. Io sull’Appennino ci ho vissuto 27 anni e conosco ogni angolo: quando ho vinto il mio primo Festival di Sanremo abitavo ancora lì. Ed è stato durissimo abbandonare un paesaggio che regala scorci incredibili ed emozioni uniche».

Un Appennino quest’anno più affollato del solito.

«Forse è l’unico aspetto positivo che ci ha portato l’emergenza sanitaria del Covid. Non ho mai visto tanti turisti. E penso che chi per la prima volta ha visitato un luogo come il Passo di Pradarena, a destra il Cusna e davanti la Pietra di Bismanova, un paesaggio di una dolcezza estrema, beh, penso che difficilmente non avrà voglia di ritornare. Passeggiando ho visto anche tantissimo verde, una vegetazione che non ricordavo così ricca e generosa».

Come ha trovato Vaglie, il paesino dove è nata?

«Tornare a Vaglie è sempre una grande emozione. Da quattro anni il borgo è disabitato, d’inverno. Poi, a luglio e ad agosto, le finestre tornano ad aprirsi in un trionfo di fiori e di colori. La gente torna, riapre le case, e la piazzetta si rianima. Questo affetto, questa voglia di tornare, mi rimane sempre nel cuore».

Certo, anche l’estate in montagna è stata condizionata dal Covid.

«In realtà sono saltate tante iniziative a partire dalla festa di San Rocco. E non ho potuto fare ogni sera il giro delle sette chiese con le tappe nei diversi bar a giocare a briscola, scopa, burraco. Le persone in ogni caso uscivano, si incontravano, rigorosamente con la mascherina. Sì, un po’ di tristezza l’ho avvertita ma non bisogna deprimersi: la depressione è la peggiore malattia perché ti immobilizza e ti toglie il futuro. Io sono nata ottimista, e continuo ad esserlo».

Però è anche accaduto che tanti giovani sono andati all’estero, e non solo, per poi tornare a casa positivi al Covid.

«Guardi, io non mi sento di colpevolizzare esclusivamente i giovani. Perché il senso civico s’impara, ma se non c’è nessuno che te lo insegna e che dà l’esempio, è finita. Oggi mancano i punti di riferimento, che siano la chiesa, la scuola o le famiglie sempre più assenti».

Si parla tanto di turismo di prossimità. Come fare a portare il turismo sul nostro Appennino?

«Le faccio un esempio? Ero in Giappone per una tournée e mi hanno fatto alzare all’alba per ammirare il cosiddetto “autunno giapponese”. Bello, certo, ma confesso che “l’autunno in Appennino” è molto meglio: colori più belli, sfumature più varie, panorami da trattenere il fiato. Ecco, proponiamo “l’autunno in Appennino”: il problema è che non siamo capaci di valorizzare le nostre bellezze e trasformare i nostri luoghi in mete per la villeggiatura».

Anche perché i giovani se ne vanno dalla montagna in cerca di lavoro.

«Il problema è proprio questo. Se trovassero lavoro rimarrebbero in montagna e potrebbero fare qualcosa d’importante. Penso alla Locanda dell’Alpino in località Coperchiara, sulla strada per Vaglie: a gestirla sono due giovani che riescono a tenere aperto tutto l’anno. Organizzano cene a tema e i loro cappelletti in brodo sono divini. Ci vogliono inventiva e qualche aiuto in più».

Torniamo al partito del caplét al quale lei dice di appartenere dopo avere preso le distanze dai partiti tradizionali. Il partito del caplét al referendum vota sì o no?

«Io voterò sì, ma il dibattito sul taglio dei parlamentari non mi appassiona molto. Il nodo è un altro: pochi ma buoni. Non mi faccio influenzare da nessuno e penso che servano meno persone ma più qualificate che durante il loro mandato facciano solo i politici. Gli altri vadano a fare un altro lavoro».

E a proposito di partiti gastronomici, Iva Zanicchi ci ricorda che quando era bambina c’era anche “il partito della bistecca”. «Cosa chiedeva? Probabilmente mangiare per tutti». —

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