Sgomberato il Marabù. Primo passo di Campani per il rilancio della disco

Reggio Emilia, sopralluogo del nuovo proprietario insieme alla ditta Fontanili e alla Municipale. Trovati nel locale cinque giacigli, negli anni rifugio di senza fissa dimora

REGGIO EMILIA. Si era “piazzato” bene, l’occupante abusivo del bagno delle donne. L’ampio locale circondato di specchi – dove le reggiane che si accalcavano per sistemarsi il trucco tra un ballo e l’altro – era stato adibito a stanza da letto con tutti i comfort: un vero e proprio letto con lenzuola bianche e trapunta, tappeti per terra e i ripiani dei lavandini trasformati in piani d’appoggio per una scorta di bottiglie d’acqua, jeans, vestiti, candele e barattoli. I più, invece, dormivano in giacigli di fortuna molto meno attrezzati: come lo sconosciuto che si rannicchiava in un sacco a pelo per terra, nel vano dell’antibagno, tra pentole e scarpe da ginnastica accanto ad un ammasso di rifiuti.

È lo spettacolo di ordinario degrado che è stato trovato all’interno del Marabù, la mitica discoteca sinonimo di tempio del divertimento della Reggio che fu, dove ieri il nuovo patron Claudio Campani – che ha acquistato il locale in via Emilia l’11 agosto scorso, dopo vent’anni di abbandono, con il proposito di rilanciarlo – ha eseguito un sopralluogo insieme ai responsabili della ditta Fontanili Demolizioni e alla polizia municipale.


Il gruppo – formato dal proprietario, da Maurizio e Stefano Fontanili (padre e figlio della ditta incaricata della bonifica) e da quattro agenti in borghese del Nucleo Antidegrado della polizia municipale – si è recato sul posto per fare una prima verifica dello status quo e per stabilire le priorità di un recupero della struttura che si preannuncia in salita. Il tempo e l’abbandono hanno modificato fortemente l’area alle porte della città, diventata una discarica a cielo aperto e avvolta dalla vegetazione. L’esterno è già stato oggetto di ripulitura: erbacce e rifiuti sono stati riposti in sacchi e portati via con un camion, tanto per dare un’idea della quantità di materiale che è stato rimosso. Nessuno, fino a ieri mattina, era entrato: un’incognita potenzialmente pericolosa, poiché dopo la chiusura nel lontano 2000 il Marabù è diventato una terra di nessuno paragonabile alle ex Reggiane, con la differenza che queste ultime sono sempre state monitorate.

L’ex disco ha catalizzato tanti senzatetto che, pur di trovare un riparo per la notte, si sono introdotti nello scheletro della struttura. Per questo motivo, per il primo ingresso nella “pancia” del Marabù, la proprietà ha preso qualche contromisura: la scorta degli agenti di polizia municipale è stata ritenuta necessaria per motivi precauzionali, nel caso in cui ci si fosse trovati di fronte ad emarginati che ora dovranno essere sgomberati.

Il sopralluogo, tra fili ed ex luci penzolanti, è filato liscio: non è stato trovato nessuno. Difficile perfino stabilire il numero degli abusivi che all’alba hanno lasciato il loro rifugio: sono state rinvenute almeno cinque “postazioni” di sconosciuti che hanno continuato a rintanarsi nella struttura anche dopo l’arrivo delle ruspe all’esterno, mentre si presuppone che una buona parte degli occupanti abbia già traslocato altrove.

Impressionanti e disumane le condizioni nelle quali hanno vissuto queste persone ai margini, tra montagne di rifiuti, sporcizia, senz’acqua e senza luce: difatti gli oggetti più frequenti erano bottiglie d’acqua, usate sia per lavarsi sia per cucinare, e candele o torce. Persone che, da ieri, dovranno trovarsi un altro alloggio.

Gli agenti di polizia municipale hanno raccomandato alla Fontanili Demolizioni di riporre tutto quanto troveranno in sacchi e di esporli all’ingresso, in modo che i senzatetto possano recuperare i loro oggetti personali; la ditta si è impegnata in tal senso, mentre il comando di via della Canalina ha fornito la massima collaborazione. L’accordo per il mese di settembre – tanto durerà la ripulitura interna – è che la ditta procederà alla rimozione, allertando gli agenti alla minima avvisaglia di presenza umana. —