«Con i trattori in Regione se non arrivano risposte»

Il Comitato ha inscenato una celebrazione sui resti del cantiere fermo da 31 anni Franzini: «Agricoltura senza acqua. L’opera ci salva dai cambiamenti climatici»

Elisa Pederzoli

VETTO


Che si sia trattato di una provocazione, nessuno lo nasconde. Ma la celebrazione che è stata inscenata ieri da parte del “Comitato per la diga di Vetto” – con tanto di inno nazionale in sottofondo e deposizione di un mazzo di fiori sui lavori del taglione interrotti 31 anni fa e mai ripresi – è la volontà di riaccende i riflettori su quell’opera tanto contrastata e mai realizzata. E, di conseguenza, sui problemi al sistema irriguo della Val d’Enza provocati anche dai cambiamenti climatici.

A guidare la delegazione di una ventina di partecipanti c’era il presidente Lino Franzini, ex sindaco di Palanzano (Parma), ex presidente degli alpini di Ramiseto e nell’attuale curriculum una lunga lista di ruoli da presidente, come quello del Consorzio Bacino Imbrifero Montano Torrente Enza. «Questo – spiega – perchè mi sono sempre dedicato agli altri». «Sono convinto – racconta Franzini entrando nel cuore della questione – che questo progetto vada fatto per il bene della montagna. Questo appuntamento è stato un modo per evidenziare che da troppi anni non lo si prende in considerazione, mentre la montagna sta morendo, l’agricoltura è in sofferenza, c’è il pericolo esondazioni a causa di cambiamenti climatici sempre più evidenti. La diga di Vetto è l’unica opera che consente di produrre energia pulita, eliminare il pericolo esondazioni e dare acqua buona all’agricoltura. Perchè noi tecnici sappiamo bene che acque vengono usate per irrigare i prodotti alimentar ed è una cosa non più accettabile, al giorno d’oggi in queste quantità. Usare l’acqua del Po e buttare via quella di montagna non è più tollerabile».

Non una protesta in solidaria, quella del Comitato per la diga di Vetto di Lino Franzini. Ieri non erano più di una ventina a sfidare il caldo e l’afa post ferragostana per addentrarsi, dopo una ventina di minuti di cammino, fino alla confluenza tra torrente Lonza e torrente Enza, tra Vetto e Neviano degli Arduini, dove dei lavori iniziati e poi interrotti nel 1989 restano le tracce consumate dall’erosione e dal trascorrere del tempo. Ma molti dei partecipanti sono presidenti di consorzi irrigui di riferimento del territorio, portatori delle istanze del mondo agricolo. Un comparto sempre più in sofferenza in Val d’Enza, denuncia lo stesso Franzini, perchè se da Reggio andando verso nord l’agricoltura comunque può contare sull’acqua del Po, in Val d’Enza e nella fascia collinare la situazione è grave. L’acqua per irrigare non c’è.

I lavori per la costruzione della diga di Vetto, alla fine degli anni Ottanta, durarono all’incirca un anno. Per interrompersi, ha ricordato Franzini, il 16 agosto del 1989.« «Uscì una legge che stabiliva come per quell’opera ci fosse la necessità di uno studio di impatto ambientale, mentre prima la normativa era leggermente diversa e imponeva uno studio di compatibilità ambientale. Di fronte alle proteste che ci furono, i lavori vennero sospesi. Il Consorzio Bentivoglio procedette facendo fare quello studio, spendendo un miliardo e mezzo di lire che nel 1992 venne consegnato al Ministero dell’Ambiente, che all’ora era Carlo Ripa di Meana – racconta Franzini – Rispose con un documento di 25 pagine che diceva che i lavori potevano ripartire, ma la Regione non ha mai autorizzato la ripresa dei lavori».

Oggi, di fronte all’ipotesi di progetti più piccoli, di invasi da 30 milioni di metricubi d’acqua, la voce del Comitato pro diga è netta e chiara. «Non siamo d’accordo, perchè forse darebbe acqua alla pianura, ma nulla alla montagna, perchè d’estate sarebbe vuota, non produrrebbe energia elettrica. Non darebbe alcun vantaggio» lamenta Franzini.

Ma la celebrazione provocatoria con cui ieri è stata celebrata la data di stop dei lavori della dita – «Una tragedia – ha detto Franzini – Perchè non solo dove ci sono morti si parla di tragedia. Lo sono state l’esondazione del Baganza a Parma o di Lentigione, tutte senza vittime, ma pur sempre tragedie. E la è, una tragedia, l’interruzione dei lavori della diga» – seguiranno altre azioni, stando a quanto assicura il Comitato pro diga. «Passeremo dalle parole ai fatti. Siamo pronti ad andare con i trattori fino in Regione per avere delle risposte. E, non lo vogliamo fare perchè danneggerebbe tutto il comparto agricolo, ma se si va avanti così potremmo mettere in piazza la qualità dell’acqua del Po, anche con un esposto in procura» conclude Franzini. —

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