Lega di Salvini statte accuorta... La vecchia insidia rimane a Nordest

L'editoriale della domenica del direttore Stefano Scansani: la vera frontiera interna non è il Po, ma un fosso che si chiama Tartaro. Zaia e il Veneto autonomisti sono alternativi al nazionalismo del leader.

REGGIO EMILIA. Per il buon vecchio (è un modo di dire) Umberto Bossi quella del Po baluardo contro l’Italia peninsulare e terrona era una storiella da dare da bere ai suoi. Il suo vero cruccio era un altro fiume, decisamente più corto e stretto: il Tartaro.

Che – attenzione – non è il luogo che sta nell’Ade, cioè nell’inferno mitologico pagano, ma un mezzo canale un mezzo fosso d’origine entruscopadana che appena sotto il Garda è alimentato dalle risorgive, abbevera le campagne, le risaie mantovane e veronesi. Si tratta della liquida parete divisoria fra le due Padanie, quella lombarda a sinistra e quella veneta a destra per qui guarda le carte geografiche.


Macché meridione. Bossi aveva ben chiaro che la spina nel suo fianco era il fronte orientale. Che non è il Levante maomettano. Già nel 1982 sapeva che la sua nascente Lega Lombarda avrebbe dovuto misurarsi con la Liga Veneta, fondata nel 1979: due movimenti con nature e culture così diverse da essere divergenti. Anche concorrenti.

I primi anni della cavalcata bossiana furono improntati alla “normalizzazione” dei veneti, alla loro confluenza nella Lega Nord, alla neutralizzazione di tutti i capi del movimento del Leone di San Marco. Cosicché il leader leghista, più prealpino che valpadano, dovette improntare la sua politica interna alla fusione dei due fortissimi regionalismi. Quello fresco milanocentrico, attizzato negli anni del boom del dopoguerra e dalla Mia bela Madunìna dalla quale non si poteva vedere la Bassitalia, e quello antichissimo della Serenissima Republica che sino alla fine del Settecento fu uno Stato.

Non so se Bossi avesse chiare tutte queste particolarità sociopolitiche, ma molto fece per evitare che esplodesse una secessione fra polentoni. Tra l’economicismo di Milano e i domini di terraferma di Venezia. Il leghismo occidentale non era uguale a quello orientale.

Il senatore varesotto nato a Cassano Magnago escogitò per un certo tempo l’illusione che la capitale della Nordnazione potesse essere Mantova. Città che guarda caso è a metà strada fra Milano e Venezia, per un lungo tratto della sua storia fu alleata un po’ con la prima e un po’ con la seconda, sorge su una penisola dentro un territorio che è un’appendice lombarda ficcata nel Basso Veneto. Cerniera. Più chiusura lampo (zip) che il cardine d’una porta. E poi Mantova allora era una roccaforte socialcomunista, e andava redenta con quella elevazione di rango. Perfetta. Poi fra il 1995 e il 1997 l’idea di Mantova capitale si sgretolò (nel 1997 la Lega perse le elezioni provinciali a Mantova).

Si sgretolò non tanto per difetti del piano politico, ma per l’irraggiungibilità di Mantova stessa. Neanche di Mantova, ma di villa Riva Berni, il palazzotto seicentesco preso in affitto nelle campagne di Bagnolo San Vito, immerso nel frumentone e nella fatale atmosfera degli allevamenti suini intensivi, nella patria delle zanzare dove si riuniva il “parlamento” dell’Italia nordista. Tra l’altro sulla villa sventolava la bandiera dei Savoia, issata dalla marchesa proprietaria, per il suo affetto per l’Umberto (non Bossi, ma l’ultimo re d’Italia).

Un luogo così agreste e così capovolto rispetto alla rappresentazione del potere, che i leghisti confluirono a Mantova, nel Teatro Sociale, guardati a vista da Giuseppe Garibaldi, Vittorio Emanuele II, i mazziniani Martiri di Belfiore (loro avevano fatto l’Italia che allora i bossiani immaginavano di squinternare).

In questo quadro, più antropologico che storico, che cosa c’entra Matteo Salvini? C’entra eccome. In quel tempo l’attuale capo del maggiore partito d’opposizione aveva poco più di vent’anni, faceva parte del Movimento Giovani Padani ed era già consigliere comunale a Milano col sindaco Formentini. In quel tempo Salvini vestiva la camicia verde e probabilmente partecipò alla prima discesa del fiume Po. Una crociera demagogico-politica, un comizio natante che a principiare dal 1996 prese il nome rituale di Festa dei Popoli Padani. La navigazione iniziava con una camminata, sul Monviso, dove il sacerdote celtico Bossi riempiva un’ampolla con l’acqua della sorgente del Po. Liquido che poi sarebbe stato versato a Venezia, Riva degli Schiavoni, tra il tripudio delle bandiere della Serenissima e quelle del preromano Sole delle Alpi.

In quell’occasione, riferendosi a una donna che aveva esposto il tricolore italiano, Bossi aveva rumoreggiato“Il tricolore lo metta al cesso, signora. Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore”). Allora la Lega era anti-italiana, anti-meridionale, dunque secessionista. Bossi sapeva che quella crociera, quel baccano, quella navigazione monotona (sempre fra gli argini e la cortina dei pioppi, uffa) univa la Padania d’occidente, piemontese e lombarda, con quella delle Venezie. Era un rito confondente, cioè fondeva insieme le due Leghe. Ma il vero confine tra queste duplicità era e resta il Tartaro, così insignificante e tanto potente.

Ora che la Lega di Salvini s’è fatta blu, virando dall’originario verde, la disomogeneità con il leghismo veneto non s’è proprio risolta. Anzi, è ancora lì in movimento, lenta ebollizione, col suo doge che cresce, incombe, lavora per il “popolo” suo. Prima i veneti, prima degli italiani. Si tratta del governatore Luca Zaia che, insieme alla sua articolata origine da Bibano di Godega di Sant’Urbano, può esibire un altrettanto pedigree d’esperienza politica: è stato consigliere nel suo Comune, presidente della Provincia di Treviso, competente ministro dell’Agricoltura, e ora fa il presidente della Regione Veneto.

Mentre Salvini ha trasformato la Lega in un partito nazional-personale, Zaia non s’è mosso di un millimetro dalle sue posizioni autonomiste-regionaliste. Il primo si è italianizzato, meridionalizzato, il secondo invece ha mantenuto il “credo” di un sovranismo coincidente con i domini veneziani di terraferma (escludendo Brescia e Bergamo che dal 1797 sono lombarde), e con la propulsione economica e infrastrutturale del Nordest cattolico, ex contadino, compatto.

La divaricazione fra il leghismo di Lombardia e quello del Veneto l’abbiamo sotto gli occhi. È stato rappresentato dalla gestione dall’emergenza da Covid-19 dal presidente Fontana da una parte, e da Zaia dall’altra. Due diversi mondi, anche nell’amministrazione della Sanità, delle azioni e delle informazioni. Ci sono stati momenti nei quali è risultato chiaro uno spirito di concorrenza su base indipendentista (circa le decisioni) fra il primo e il secondo. E mentre il primo – il varesino Fontana – è evidentemente salviniano, il secondo da Venezia è andato forzando l’autonomia dell’autonomia. Gemelli diversi. Autodeterminazione.

Scritto questo è difficile pronosticare come la dottrina leghista di Zaia potrà coabitare con quella di Salvini. L’ex ministro dell’Interno pochi giorni fa ha riqualificato totalmente la creatura del secessionista Bossi e del governativo Maroni.

Salvini è diventato nazionalista da regionalista che era; ha spinto la Lega fino a Capo Passero (Siracusa, Sicilia), l’ha consacrata alla Madonna, l’ha collegata ai mondi della destra estrema, l’ha alleata internazionalmente con personaggi dall’autoritarismo facile. L’ha fatta sua.

Ecco, il movimento che è diventato partito, ora ha preso il nome del suo capo pro tempore: “Lega – Salvini Premier”. Quel pro tempore (temporaneamente) induce a pensare che la nuova Lega si sia insediata fra le formazioni personalistiche, autocratiche. Ma ancor peggio, fa ipotizzare che Salvini abbia legato il marchio del partito al suo nome, come appunto si trattasse di un patrimonio proprio, di uno spazio politico suo. Da ciò le voci riguardanti le insofferenze di tanti “colonnelli” fra i quali appunto Zaia, e il fidatissimo Giorgetti, le belligeranze dei leghisti della prima ora (bossiani) e della seconda (maroniani) tenutari dello spirito secessionista, poi federalista, quindi regionalista. Sarebbero tutti pronti alla reconquista. Nel giro di qualche anno sono andate gambe all’aria i miti e le superstizioni, le geografie illusorie della Lega vecchia: il Po, la Padania, la concezione del Nord contro il Sud, tant’è che l’odierno confine meridionale è stato spinto sul Canale di Sicilia mentre un tempo stava fra Boretto, l’Oltrepò Mantovano e Ferrara. Fuori dal Nord ora sarebbe Lega e bbasta.

Salvini, contraddizione dopo contraddizione, ha occupato gli spazi occupabili, così che ancora in romanesco gli si potrebbe chiedere: Lega de ché?