«Diga di Vetto, ancora in attesa degli studi dell’Autorità di Bacino»

I Consorzi Irrigui pungono la Regione. Come Confcooperative chiedono invaso da 110 milioni di mc

VAL D'ENZA. Si torna a parlare di diga di Vetto, in Val d’Enza. Lo fa l’associazione dei dieci Consorzi Irrigui privati della Val d’Enza, che denuncia «la poca concretezza della Regione che tanto promette, ma poco mantiene», ma anche Confcooperative.

I CONSORZI


«A causa della ennesima grave siccità del 2017, era stato istituito dalla Regione il Tavolo Tecnico Enza dove tutti i portatori di interesse dovevano indicare, con dati e documentazione adeguata, il proprio fabbisogno e la Regione, facendo da regia, con documento finale firmato da tutti i componenti del Tavolo 5 giugno 20018 dava i risultati di un fabbisogno idrico netto» spiega in una nota il presidente Mattia Reggiani, che è anche consigliere della Bonifica Emilia Centrale. Il documento finale evidenziava la necessità di realizzare un invaso dai 40 ai 70 milioni netti di mc. La Regione aveva dato l’incarico all’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po di studiare un quadro completo del territorio. Per i Consorzi irrigui privati serve una diga-invaso da 110 milioni di mc d’acqua, «l’equivalente del vecchio progetto, tuttora valido e recuperabile con solo minime integrazioni, i cui lavori erano iniziati 32 anni fa nel 1988 e fermati dalla Regione il 16 agosto 1989».

L’assemblea del consorzio di martedì sera ha ribadito, infatti, il suo no «a un invaso troppo modesto, per esempio da 20/25 milioni di mc, per generare opportunità stabili in montagna, che a quel punto pagherebbe solo i disagi». E aggiunge Ferrari: «È dal dicembre 2019 che stiamo ancora aspettando, come previsto da un preciso impegno/calendario, gli studi dell’Autorità di Bacino. Dove sono finiti? Quando pensava la Regione di renderli pubblici? Quando pensava la Regione di iniziare i lavori?». I 10 Consorzi Irrigui Privati ricordano anche che c’era lo studio sui quantitativi di portata da Deflusso Minimo Vitale (DMV )per il torrente Enza «con importi e dati improponibili, un vero oltraggio al buon senso per chi, allevatori e agricoltori, si vede negare l’acqua per l’irrigazione a favore di un beneficio per il torrente irrilevante».

CONFCOOPERATIVE

«Il dibattito che sembra riaprirsi attorno alla diga di Vetto deve avere a riferimento una questione primaria, e cioè le opportunità di sviluppo che si possono determinare per una vasta area del territorio montano, che non può essere semplicemente chiamato ad “ospitare” l’invaso senza essere, contemporaneamente, evidente beneficiario degli effetti di lungo periodo che l’opera può positivamente generare». Anche Matteo Caramaschi, presidente di Confcooperative Reggio, interviene sul progetto di diga.

«Alcune recenti prese di posizione – sottolinea – si sono soffermate in modo pressochè esclusivo sui vantaggi che la diga genererebbe a valle sul sistema agroalimentare, che evidentemente potrebbe beneficiare di un’alta qualità delle acque per l’irrigazione delle colture arboree e il mantenimento di quei prati stabili che rappresentano una grande risorsa per il Parmigiano Reggiano». «In realtà – spiega – si tratta di una visione parziale della questione, perché l’invaso di Vetto va sì valutato su questo versante e sul concorso che assicurerebbe alla regimentazione di acque che ancora nel 2017 hanno determinato pesanti danni nell’area di Lentigione, ma deve anche rappresentare una risorsa concreta per lo sviluppo dell’area appenninica in cui andrebbe a collocarsi».

«È da qui – osserva Caramaschi – che nasce ogni considerazione relativa, ad esempio, alle sue dimensioni e al paesaggio che proporrà, ma anche al tema della viabilità e dei servizi implementabili nell’area dell’Enza e nelle zone circostanti guardando sia verso il crinale che verso la collina e la pianura».

“Dal crinale appenninico al Po – sottolinea il presidente di Confcooperative – occorre una integrazione infrastrutturale che consenta di valorizzare tutte le risorse esistenti, e in questo senso la diga di Vetto rappresenta una possibilità di naturale integrazione per rilanciare opportunità di lavoro, attrattività turistica e nuove produzioni in montagna, mettendo al contempo in sicurezza la pianura, evitando prelievi di acqua dal Po e riducendo quelli da falda in pianura, con tutti benefici geologici e ambientali connessi». «Pensare solo alle necessità tecniche a valle – prosegue Caramaschi – significherebbe realizzare un invaso troppo modesto per generare opportunità stabili in montagna, che a quel punto pagherebbe solo i disagi derivanti dagli anni che serviranno alla realizzazione dell’opera; sulla base di diversi studi e in base delle analisi dei Consorzi irrigui e di miglioramento fondiario della Val d’Enza, che rappresentano un punto di riferimento fondamentale per valutare tutti gli impatti dell’opera, riteniamo che la diga possa stare tra gli 80 e i 110 milioni di metri cubi, evitando sia le opere faraoniche che le dimensioni inefficaci e assicurando tempi e costi di realizzazione sostenibili». —

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