Esondazione dell’Enza, "sottovalutato il rischio": ecco chi sono gli indagati e le accuse

BRESCELLO  Un’alluvione che poteva essere evitata, perché le precipitazioni furono sì importanti, ma «non eccezionali». Invece, la notte del 12 dicembre 2017 l’Enza sormontò l’argine e riversò su Lentigione una marea di acqua e fango che inondò l’abitato e provocò danni che si aggirarono – secondo una stima approssimativa dell’epoca della Regione – sui 105 milioni di euro. È questa la conclusione alla quale è arrivata la Procura di Reggio dopo due anni e mezzo di un’inchiesta, delicata e complessa, curata dal Nipaaf dei carabinieri forestali di Reggio e coordinata dal sostituto procuratore Giacomo Forte.

GLI INDAGATISono tre gli indagati per inondazione colposa in concorso: due dirigenti dell’Aipo, Mirella Vergnani e Massimo Valente, e un tecnico della stessa Agenzia interregionale per il fiume Po responsabile di quel tratto di fiume, tutti di Parma. Due i punti cruciali dell’inchiesta: la mancata manutenzione delle casse di espansione di Montecchio-Montechiarugolo e il tratto di un argine più basso. Dove, in effetti, il fiume poi ha esondato.

Allagamenti, la drammatica situazione a Lentigione


L’INDAGINE  Risale ai primi giorni del 2018 l’apertura, da parte della Procura di Reggio, di un procedimento per accertare eventuali responsabilità penali per quell’alluvione che mise in ginocchio aziende, abitazioni e strutture pubbliche. Le indagini sono state complesse e imponenti: si parla di una cinquantina di testimoni sentiti, due faldoni di migliaia di pagine di documenti raccolti, sopralluoghi e relazioni. Vista la natura molto tecnica degli accertamenti, la Procura si è avvalsa di due consulenti, esperti uno in opere idrauliche e l’altro nell’andamento idrogeologico dei fiumi, l’ingegner Marco Mancini del Politecnico di Milano e Alberto Bizzarri, ex docente dell’Università di Bologna.

Ai consulenti sono spettati due compiti prioritari: valutare un eventuale difetto strutturale della difesa idraulica in sponda reggiana (punto che è stato subito escluso) e accertare un deficit della sommità arginale del tratto collassato. Verifiche che i consulenti hanno eseguito tramite l’esame dei documenti, sopralluoghi sul posto e perfino un sorvolo dall’alto del Po, tramite il Reparto Volo dell’Arma, con tanto di documentazione fotografica.

Alluvione in Immergas 12_12_2017

#piùfortidiprima📹 La mattina del 12 dicembre 2017 quando le acque del torrente Enza e il fango hanno invaso lo stabilimento principale di #Immergas a Lentigione di Brescello era difficile immaginare che il 2018 sarebbe stato un anno record per l’azienda fondata nel 1964 da Romano Amadei, Gianni Biacchi e Giuseppe Carra.#Immergas #immergasitalia

Pubblicato da Immergas Italia su Mercoledì 12 dicembre 2018


I CAPISALDI  Secondo gli investigatori, sono stati due le cause all’origine dell’esondazione. Primo: il malfunzionamento delle due casse di espansione di Montecchio/Montechiarugolo, progettate nel 1975, cruciali nel tenere sotto controllo l’Enza.

Si tratta della prima “barriera” idraulica, una zona di raccolta che ha lo scopo di trattenere l’acqua proveniente dall’Appennino prima che raggiunga la Bassa. Il 12 dicembre 2017 ci fu un’anomalia nel funzionamento del sistema idraulico, a causa – secondo l’inchiesta – dei detriti accumulatosi negli anni e della presenza di una folta vegetazione, nonché dovuta alla cattiva manutenzione dell’opera stessa. Le casse vennero sottoposte a manutenzione il giorno seguente all’esondazione. Mentre – ritengono gli investigatori sulla base delle perizie – se fosse stata eseguita una corretta manutenzione delle casse, il livello del torrente non avrebbe raggiunto nella Bassa quella quota che ha provocato l’esondazione.



Il secondo problema riguarda la cosiddetta “corda molle”: così viene chiamato, in gergo, il tratto dell’argine dove c’è un avvallamento. Si tratta di un punto che era più basso e secondo chi indaga il fatto era noto, sia da parte degli esperti ma anche degli anziani del posto. Lì si è verificata prima l’esondazione, quindi la rottura. La ricostruzione successiva ha risolto quella anomalia. Secondo le indagini si sarebbe dovuto provvedere a rinforzarlo con dei sacchi e a monitorarlo a mano a mano.

LE CONCLUSIONI  Le conclusioni degli inquirenti – che hanno mostrato tenacia nel ricostruire un puzzle complicato, se si pensa che l’indagine gemella aperta dalla Procura di Parma sulla stessa alluvione per quanto riguarda il lato parmense si è chiusa in aprile con una richiesta di archiviazione avanzata dallo stesso pm Paola Dal Monte – sono che il comportamento di Aipo sarebbe stato improntato alla sottovalutazione e alla non adozione delle misure di protezione, che da sole sarebbero bastate.



Subito dopo il disastro le accuse da parte dei residenti conoscitori del Grande Fiume si concentrò sulla mancata allerta e su quell’ordine di evacuazione mai arrivato. In realtà, sempre secondo l’inchiesta coordinata dal pm Forte, l’Arpa già al mattino del giorno precedente, lunedì, era aveva emanato la massima allerta. Ma Aipo si limitò a gettare acqua sul fuoco e a tranquillizzare gli enti il lunedì alle 23.30 riuniti in Prefettura nel Ccs (Centro Coordinamento Soccorsi, alla presenza degli enti preposti) affermando che la situazione era sotto controllo. Perciò, per la Procura non sono ravvisabili responsabilità da parte di altri enti. Ora, gli indagati hanno il diritto di essere sentiti dall’autorità giudiziaria o di presentare memorie, quindi la procura si potrà muovere con la richiesta di rinvio a giudizio.

Se il Comune di Brescello ha preannunciato che si costituirà parte civile, come ha dichiarato la sindaca Elena Benassi, chiunque ha avuto danni dovrà attivarsi singolarmente per costruirsi parte civile nel processo penale oppure per intentare una causa di risarcimento danni in sede civile. Sul punto, il comitato di cittadini ha confermato che sta valutando come muoversi. —


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