«La ’ndrangheta scoperta a Reggio Emilia stava diventando una potenza eversiva»

GATTATICO  Ha deciso di combattere ancora più forte quando una persona entrata nel suo ufficio in Prefettura le aveva consigliato di non alzare polveroni, formula ideale per vivere bene a Reggio Emilia. Ma ha anche raccolto il grido d’aiuto di un territorio, quelle reggiano, che poteva essere soverchiato da un pericolo eversivo innescato dai mafiosi che volevano comandare. Retroscena e dettagli messi in fila durante la serata della Pastasciutta antifascista a Casa Cervi da Antonella De Miro, celebre ex prefetto di Reggio Emilia, che con un lavoro certosino a livello informativo ha smascherato - ben prima del processo Aemilia - gli ’ndranghetisti trapiantati a Reggio Emilia. I loro nomi, cognomi e legami sono finiti nelle interdittive antimafia, poi nelle aule di tribunale e sui giornali, puntando un faro per spegnere il quale, dice oggi De Miro, i mafiosi di casa nostra hanno cominciato a minacciare e attaccare lo Stato, palesando una «potenza eversiva» che ha richiesto risposte straordinarie a Reggio Emilia.

Il Covid non ferma la pastasciutta antifascista a Casa Cervi


L’ex prefetto ora in pensione - ma che avrà un incarico nel Consiglio di Stato - ha voluto ricordare il sacrificio dei Cervi, famiglia reggiana che cullava l’ideale della libertà. «La democrazia va difesa sempre, e così non credo che ci sia stato un 25 aprile per la ‘ndrangheta - ha detto De Miro, invitata sul palco da Albertina Soliani insieme al procuratore di Reggio Marco Mescolini - La mafia non è sconfitta fin tanto che l’asticella dell’attenzione non sarà alta». De Miro passa in rassegna i ricordi e l’impegno speso a Reggio: anni passati sotto minaccia e con la scorta, mentre scoperchiava il vaso di Pandora della criminalità organizzata a Reggio. «La mafia è, come detto dal procuratore Mescolini, la negazione di uno Stato democratico. Loro sono lo Stato, la ‘ndrangheta ma anche Cosa Nostra, hanno le loro regole, e allo Stato si avvicinano per compiacenza, per le loro utilità, per i loro favori. Ma lo Stato per loro è un nemico da combattere, al massimo da rapinare - spiega De Miro davanti ai 500 spettatori della serata - È questo che io ho avvertito a Reggio Emilia: il livello di guardia, quando sono arrivata, era stato superato. Ho avvertito che la ‘ndrangheta non era più una traslazione di costumi criminali fine a se stessa. La ‘ndrangheta stava diventando potere. Era potere economico e in giacca e cravatta si stava infiltrando anche nell’economia legale».

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Mutazione ormai nota, che l’ex prefetto però analizza più in profondità, senza indugiare sui ricordi: «Muto nell’intervista in tivù a La7 il 25 gennaio (2011, ndr) dice “Se io fossi la ‘ndrangheta sarei qui da stamattina alle 7? Chi è nella ‘ndrangheta mica lavora? Io sono un lavoratore”». Un atteggiamento di sfida amplificato dai microfoni con il quale «stavano mostrando, secondo me, una potenza eversiva. E questa carica eversiva l’hanno mostrata quando, a un certo momento, lo Stato, mica solo il prefetto, ha cominciato ad alzare un argine alto contro certe personaggi, controllandoli e indicandoli come mafiosi, in un rapporto di alleanza con le istituzioni del territorio. Così loro hanno cominciato a urlare in televisione e sui media contro lo Stato e si sono rivelati per quello che erano. In quegli anni hanno minacciato non il prefetto De Miro, hanno minacciato lo Stato, l’ordine democratico. Io non mi sono mai sentita minacciata come persona ma come prefetto della Repubblica e quindi come rappresentante dello Stato che si stava permettendo di controllarli. Ecco, questo era impensabile per loro. E così le interviste, la lettere anonime, e così i proiettili. Quella per me era una carica eversiva. Non ce l’avevano con me perché adottavo l’interdittiva, visto che gli bastava creare un’altra società con un prestanome per ovviare. Ma era grave che lo Stato si permettesse di controllare e di mettere in discussione la loro autorevolezza nel loro contesto criminale a Reggio Emilia. Questo è quello che io ho osservato quando sono arrivata. E poi ne ho avuto conferma nel 2012».

Il punto di svolta è infatti la “cena dei sospetti” al ristorante Antichi Sapori di Gaida, con presenti imprenditori calabresi e diversi pregiudicati colpiti dalle interdittive, a tavola anche con esponenti della società reggiana. «Io mi sono chiesta cosa potevo fare come prefetto - racconta quindi De Miro - Anche il territorio chiedeva aiuto e cominciava ad essere spaventato. Dovevo esercitare la mia azione di prevenzione al meglio. Ho guardato quindi al controllo delle armi, ho messo insieme il lavoro di uffici diversi. Centinaia di imprese sono state cancellate dalla Camera di Commercio e dall’albo degli autotrasportatori che allora teneva la Provincia. Sono iniziati i controlli incrociati ispettivi da parte di uffici come le dogane, le entrate. Poi gli appalti: e ricordo che ho vagliato 18mila richieste alla white list e le interdittive sono state 63 per 46 imprese». Nessuna persecuzione quindi perché «il prefetto tutela l’ordine pubblico economico a tutela della dignità umana». —

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