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Nel processo al latitante Messina Denaro rispunta il nome della Primula Nera Bellini

Matteo Messina Denaro, come era e che potrebbe essere

Nella requisitoria il pm ricorda la seconda trattativa, per la quale l’ex Avanguardia Nazionale è stato sentito come testimone


REGGIO EMILIA

«L’ipotesi di fare un attentato alla Torre di Pisa e ai templi di Selinunte e il progetto di disseminare la riviera romagnola di siringhe infette per danneggiare il turismo italiano, erano questi alcuni di progetti di Cosa Nostra, nel periodo tra la fine del 1992 e l’inizio del 1993, per colpire lo Stato». E «quando sentì parlare di un attentato ai templi di Selinunte, Matteo Messina Denaro, che era di Castelvetrano, disse “questi sono pazzi”. Tutti volevano fare gli attentati ma nessuno voleva farli a casa propria». È un passaggio della requisitoria del pm Gabriele Paci nel processo al super latitante Matteo Messina Denaro, accusato di essere uno dei mandanti degli attentati di Capaci e Via D’Amelio del 23 maggio e del 19 maggio 1992, costati la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e a uomini e donne delle scorte.

Paolo Bellini


Un processo che si celebra davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta, di fronte alla quale nel 2019 ha testimoniato anche la Primula Nera Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, per il quale si attende l’esito della richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura generale di Bologna nell’ambito dell’inchiesta sui mandanti per la strage in stazione del 2 agosto 1980.

Paolo Bellini


Proprio il nome di Bellini è stato citato dal pm Gabriele Paci nella sua requisitoria, nell’ambito della cosiddetta seconda trattativa sulle opere d’arte. «A raccontarlo – ha spiegato il pm nella requisitoria – fu il collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera. Quest’ultimo parlò di una trattativa tra il mafioso Antonino Gioè (uomo d’onore di Altofonte, suicida in carcere nel 1993 lasciando una lettera in cui c’è un riferimento alla Primula Nera, ndr) e l’estremista di destra Paolo Bellini. Bellini, secondo La Barbera, contattò Gioè per chiedergli se Cosa Nostra era disponibile a far ritrovare allo Stato alcune opere d’arte rubate. Il padre di Messina Denaro, Francesco, era un esperto di opere d’arte. Da giovane commerciava reperti archeologici della zona di Selinunte. Anche Matteo si era fatta una cultura sommaria di questa materia». E ancora: «Giovanni Brusca chiese a Totò Riina di essere autorizzato a parlare con Matteo Messina Denaro per verificare il reperimento di opere d’arte da utilizzare nell’ambito della trattativa. Messina Denaro – ricostruisce il pm Paci– lo mise in contatto con un esperto con cui Brusca si incontrò all’interno della gioielleria Geraci. Gioè portò a Bellini la risposta di Giovanni Brusca: “Possiamo trattare, ma soltanto in cambio di interventi sui detenuti”. Poi la trattativa si arenò».

La strage di via D'amelio


Vicende al centro anche del processo sulla ’Ndrangheta stragista di Reggio Calabria, dove la Primula Nera reggiana è stata chiamata a testimoniare a gennaio. E dove alla sbarra ci sono il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, e Rocco Santo Filippone, considerato esponente della cosca Piromalli di Gioia Tauro, accusati di essere i mandanti dell’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, e dei tentati omicidi ai danni di altre due pattuglie dell'Arma tra il 1993 e il 1994. Per Graviano e Filippone, il 10 luglio la procura ha chiesto l’ergastolo.

Sull’attentato alla Torre di Pisa e sul progetto di disseminare di siringhe le spiagge, Bellini ha sempre dichiarato la sua contrarietà. Lo ha fatto anche a Caltanissetta nel settembre 2019, dove ha sottolineare di non aver «mai consigliato niente né dell’abbattimento della Torre di Pisa né della questione delle siringhe infette sulle spiagge, sono tutte cose dette da Gioè, non mie». Sulle stragi di capaci e Via D’Amelio, invece la Primula Nera ha sempre sostenuto di esserne «schifato», riconducendo la decisione di infiltrarsi all’impressione che gli fecero i due attentati contro Falcone e Borsellino: un’infiltrazione riconosciuta dal boss Totò Riina, che – come noto – affermò che «questo Bellini me lo trovo in mezzo ai piedi». —

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