’Ndrangheta in Veneto, arrestati due reggiani

In manette Franco Muto e Giuseppe Trivieri. Per l’accusa riciclavano soldi ricevuti da imputati di Aemilia. Oltre 100 indagati

REGGIO EMILIA

Avevano la funzione di ripulire il denaro, con connessioni tra clan, i due calabresi e reggiani d’adozione – Franco Muto, 45 anni, nato a Crotone e residente a Reggio Emilia e Giuseppe Trivieri, 46 anni, nato in Germania e residente a Reggiolo, più altri tre indagati con obbligo di firma – finiti nella rete dell’operazione Taurus, scattata ieri mattina all’alba con perquisizioni in Veneto, Emilia-Romagna e Calabria. I carabinieri del Ros, coordinati dalla Dda di Venezia, hanno arrestato 33 persone (oltre 100 gli indagati) accusate a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di stupefacenti, estorsione, rapina, usura, ricettazione, riciclaggio, turbata libertà degli incanti, furto aggravato, favoreggiamento, armi, sequestrando beni per oltre 3 milioni di euro.


L’operazione – chiamata Taurus perché ha sgominato un’articolazione con sede in Veneto, di quattro famiglie mafiose originarie di Goia Tauro – si è avviata nel dicembre 2013 a seguito delle dichiarazioni di un pentito, Carmelo Basile, che ha parlato dei suoi rapporti con dei calabresi abitanti tra Verona, Mantova e Reggio.

Un primo filone investigativo, quello principale, riguarda la droga (tre le associazioni che si spartivano l’Europa importando un fiume di cocaina, tanto che nelle intercettazioni “un operaio” significava un chilo); un altro filone riguarda usura ed estorsione. E poi un terzo, non contestato, le false pensioni di invalidità; infine false fatturazioni e riciclaggio.

È proprio quest’ultimo che ha portato a Reggio. A Trivieri, Muto e altri tre è contestato il riciclaggio aggravato dall’associazione di stampo mafioso “perché, in concorso, con più azioni esecutive e in tempi diversi, sostituivano i proventi di denaro derivanti dall’organizzazione di stampo mafioso criminale denominata ‘ndrangheta, nello specifico della cosca detta Grande Aracri in Cutro con autonoma articolazione nel territorio emiliano (accertata nell’ambito dell’indagine Aemilia) ponendo in essere numerose operazioni in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa”. In particolare, secondo gli inquirenti, “i soggetti, contigui ad affiliati anche apicali della cosca mafiosa Grande Aracri di Cutro presenti nel territorio emiliano – tra cui Francesco Frontera, Giuseppe Iaquinta e Salvatore Cappa – da cui avevano ricevuto ingenti somme di denaro contante, al fine di conseguire ulteriori illeciti profitti conferendole e reimpiegandole attraverso una società di pulizia e la società Trivieri Srl di Giuseppe Trivieri (che a loro volta impiegavano dette somme nello svolgimento dell’illecita attività di false fatturazioni)”.

Società considerate “lavatrici”: Trivieri, dal 2015 al 2017, “riceveva ben 230 bonifici per lavori edili e di meccanica mai eseguiti per un valore di 2,8 milioni di euro giustificati con causali fittizie, restituiva di volta in volta le somme di denaro ai sodali per il reimpiego e procedeva alla distruzione di tutta la documentazione contabile e fiscale”. Per il Gip Francesca Zancan “è evidente che tutti i soggetti si muovono nel pieno rispetto delle regole e dei rapporti di gerarchia che l’esperienza giudiziaria degli ultimi vent’anni ha permesso di cristallizzare in relazione alla ’ndrangheta” e che “l’intromissione nel tessuto economico sano è divenuta, anche questo è un dato acquisito, una delle finalità delle associazioni mafiose radicate nel Nord Italia”. —