Mafie, l’ombra della ’ndrangheta emiliana sulla truffa per i fondi Covid in Lombardia

Il clan Greco nell’inchiesta della Dda di Milano: chiesti contributi per 150mila euro lamentandosi di averne avuti 25 mila

REGGIO EMILIA

Le mani della ‘ndrangheta emiliana di matrice cutrese sui fondi Covid. È quanto emerge nell’inchiesta sulla maxi frode fiscale smantellata dal Gico della Guardia di Finanza di Milano: un’inchiesta coordinata dalla Dda milanese, che ha svelato «una complessa frode all’Iva nel settore del commercio di acciaio», con fatture false e attraverso società cartiere intestate, anche all’estero, a prestanome, con conti correnti che ripulivano il denaro in Inghilterra e in Bulgaria, oltre che in Cina.


Secondo l’inchiesta, attraverso una delle società coinvolte, i promotori del sodalizio – per gli inquirenti la ‘ndrina di riferimento è quella che fa capo ad uno degli imputati di Aemilia 1992 – dopo aver chiesto contributi per 150mila euro, il 15 giugno scorso si lamentavano di averne incassati solo 25mila. Si tratta di fondi messi a punto dal Governo per sostenere il sistema imprenditoriale durante l’emergenza Coronavirus: nella girandola di false fatture e conti esteri, iniziata nel 2014 e proseguita fino a quest’anno, che ha fruttato un volume d’affari di circa 7,5 milioni, è così finito pure il contributo a fondo perduto previsto nel decreto Rilancio del 19 maggio.

Otto gli indagati: quattro arrestati (Francesco Maida, 43 anni, Ivaldo Luciano Mercuri, 43 anni, Giuseppe Arcuri, 51 anni, e Sang Yu Zhang, cinese 41enne residente a Prato, la posizione più grave è quella dei primi due, considerati i promotori e i capi) e quattro ai domiciliari, più un esercito di prestanome. L’accusa, a vario titolo, è di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e dalla disponibilità di armi, autoriciclaggio, intestazione fittizia di beni e bancarotta. Con l’aggravante del danno ingente e del metodo mafioso, secondo gli inquirenti «per aver commesso i fatti anche per agevolare la cosca di cui Francesco Maida faceva parte ovvero quella facente capo a Greco Angelo, detto Lino o Linuzzo o Tempesta, consapevole il Luciano Mercuri suo socio».

Angelo “Lino” Greco, 55 anni, è tra i quattro imputati (insieme ad Antonio Ciampà, Antonio Lerose e al boss Nicolino Grande Aracri in veste di mandante, tutti accusati di omicidio aggravato dal metodo mafioso) in attesa di giudizio in tribunale a Reggio per il processo “Aemilia 1992”, il cold case che ha portato la Dda di Bologna a riesumare gli assassinii di 28 anni fa, vittime Nicola Vasapollo a Reggio e Giuseppe Pino Ruggiero a Brescello.

«II mio assistito è estraneo all’inchiesta», ha sottolineato l’avvocato Antonio Comberiati, difensore di Lino in Aemilia 1992.

Greco, originario di San Mauro Marchesato (KR), già condannato per omicidio in Kyterion (il maxiprocesso calabrese gemello di Aemilia) è detenuto per precedenti condanne definitive e in via cautelativa per Aemilia 1992. Ma mentre Greco era dietro alle sbarre, secondo gli inquirenti gli affiliati continuavano a darsi da fare, dimostrando una certa «caratura criminale» e la capacità, «con l’ingente impiego di uomini e mezzi», di portare avanti un «programma criminoso» sofisticato dal punto di vista finanziario e al tempo stesso non dimentico dei vecchi metodi mafiosi della minaccia e delle armi. —