«La Lega raccoglie i valori di Berlinguer». È così che la storia diventa una storiella

L’autopromozione è di Matteo Salvini, amico di Orban, Bolsonaro, Trump e Putin, e in crisi d’identità (e confusione). Non da meno le opposizioni in Regione che hanno boicottato i Morti del 7 luglio: «Si parli delle stragi in Cilento nel 1828»

REGGIO EMILIA. «I valori di una certa sinistra, quella di Berlinguer, degli operai e degli insegnanti ora sono stati raccolti dalla Lega. Se il Pd chiude Botteghe Oscure e la Lega riapre sono contento, è un bel segnale». Così Matteo Salvini, a “L’aria che tira” su La7 il 9 luglio per raccontare come la storia più autorevole, sociale, berlingueriana, sarebbe ora stata raccolta dal leghismo nazionalpopolare, sovranista, anti-europeo, ancor più filorusso dell’antico Pci.

Se non è presunzione questa, che cos’è? Crisi d’identità. Anzi no, stato confusionale del leader leghista che proprio un anno fa con l’assembramento ante litteram al Papeete si autoconsegnò all’opposizione. Allora come oggi, così nudo e crudo, proprio non assomiglia a Berlinguer. Bisogna stare attenti a come e dove si vanno a pescare i modelli a cui ispirarsi. Al riguardo Salvini è un elastico che tira e molla fra Orban e Bolsonaro, la Le Pen e Berlinguer.


Non è la prima volta che Salvini evoca e rievoca il segretario più amato dai comunisti italiani, quello dell’eurocomunismo, del compromesso storico e della questione morale. E ogni volta c’è un motivo furbastro. Giovedì è ricapitato perché il lombardo doveva annunciare l’apertura della sede della Lega laziale in via delle Botteghe Oscure. Luogo topografico, simbolo, totem del Pci del massimo fulgore. Salvini, quindi, ha tentato una “sostituzione” fra il Bottegone e il Carroccio, fra la lotta operaia e il sostrato elettorale del suo partito.

Via delle Botteghe Oscure per caso. E se la Lega, invece, avesse trovato sede nei dintorni di piazza del Gesù (già quartier generale della DC), dalle parti di via del Corso (ex centrale del Psi) o lungo via della Scrofa (fu indirizzo del Msi), Salvini che ciancerebbe? D’essere erede di Fanfani o Andreotti, discepolo di Craxi, prosecutore del credo di Almirante?

Fenomeno grave: i politici in sella non cercano maestri, ma si sentono emuli. L’anno scorso Silvio Berlusconi disse di considerarsi l’erede di Alcide De Gasperi.

La storia va maneggiata con molto rispetto, profonda cura. Perché, altrimenti, si rischiano tre effetti speciali: il sovvertimento della verità, la manipolazione della credulità popolare, la costruzione di un ego tragico e comico.

E non è solo il sorprendente Salvini a maneggiare la storia a suo uso e consumo. Mentre nessuno gli dice chiaro e forte delle somaraggini che va somministrando. È capitato anche il 7 luglio, in occasione del sessantesimo anniversario dei Morti di Reggio Emilia. Per boicottare la commemorazione delle cinque vittime del fuoco della polizia durante una manifestazione sindacale contro il governo Tambroni sostenuto dal Msi, e la convocazione a Genova del congresso nazionale di quest’ultima formazione politica, neofascista. Morirono gli operai Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Tutti iscritti al Pci, che fra il 1972 e il 1984 sarà guidato da Berlinguer…

Federico Amico che in assemblea regionale intendeva ricordare le vittime, è incappato nell’opposizione dell’opposizione. Ad esempio – sublime – Marco Lisei di Fratelli d’Italia ha allora preteso di poter commemorare i morti della repressione per i moti del Cilento, anno 1828, mentre il leghista Matteo Rancan s’è messo di traverso sventolando motivi procedurali (non c’è stata richiesta scritta) e parlando di vittime dei “disordini”. Come dire che i reggiani ammazzati se la sono andata a cercare.

Par di capire che oltre ad esistere l’ignoranza della storia, e un sentimento banale della storia “che si ripete”, taluni neanche considerano la linea del tempo, che differenza c’è tra contemporaneità e modernità, l’Italia preunitaria e il tempo del nostro tempo. Se dovesse passare la teoria di Lisei, che vorrebbe commemorare i poveracci fatti cannoneggiare da Francesco I delle Due Sicilie, non ci sarebbe un giorno dell’anno senza una ricorrenza di sangue, partendo da Caino e Abele. Così si istituzionalizzerebbe il conflitto presente fra comunismo e fascismo, che da cento anni innerva un’italianità corrente e abrasiva. Autodistruttiva.

È stata banale e anche antistorica la reazione su Facebook della reggiana Annina Parigi, che ha descritto i boicottatori dei Morti di Reggio Emilia come “i soliti fascisti di merda”. La dipendente regionale e componente dell’Anpi reggiana ha chiesto scusa, com’è costumanza nel mondo fragile e impulsivo dei social. Ma non s’è capito il motivo: perché ha dato dei fascisti a certuni o per il sovrappeso “di merda”? Qui sta il dilemma d’alta cultura e del superiore confronto. Anzi no, il provincialismo degli slogan, un’ignoranza espressiva inestinguibile. Allora si capisce come la confusione fra Botteghe Oscure, Lega, Berlinguer, Salvini, i Morti di Reggio nel 1960 e i morti del Cilento nel 1828, la storia che diventa storiella, la memoria confusa con la storia, possano far comodo.

Viene buono il distinguo proposto dallo storico Alessandro Barbero: “La storia è diversa della memoria: la memoria è infatti soggettiva e non può essere condivisa ma pacificata. La memoria è una trappola. La storia è ricostruire i fatti all'interno del loro contesto, a volte è l’interpretazione dei fatti se i fatti sono acclarati. Non esiste una storia oggettiva, proprio perché l’orientamento personale rischia di offuscare il giudizio”.