Zangari dentro due processi Li lega una ditta: la Trasmoter

Le accuse: in Aemilia come prestanome e false fatture, in Veneto per riciclaggio La difesa: «Era completamente nelle mani di Giglio, non sapeva nulla della ditta» 

Tiziano Soresina

REGGIO EMILIA


Il 48enne Walter Zangari – d’origine crotonese, ma residente a Montecchio – si trova ora contemporaneamente invischiato in due procedimenti di ’ndrangheta in corso piuttosto robusti: a Bologna sta affrontando l’Appello di Aemilia con l’accusa di intestazione fittizia di due società ed emissione di false fatturazioni tramite quelle due ditte, mentre a Venezia è alla sbarra (con altri 8 imputati) per riciclaggio.

IL COLLEGAMENTO

E c’è un filo accusatorio che unisce Zangari a quei due processi: la società Trasmoter srl (dedita al commercio di materiali da costruzione). Nell’aula-bunker di Reggio Emilia, nel primo grado di Aemilia, il 48enne ha ammesso di essere stato un prestanome: divenne socio e amministratore della Trasmoter srl, ditta in realtà controllata da Giuseppe Giglio (figura di primo piano del clan, ora collaboratore di giustizia) come ricostruito dagli inquirenti.

DENARO “RIPULITO”

E per la procura distrettuale antimafia del Veneto quella società sarebbe stata usata per “ripulire” il denaro proveniente da usura ed estorsioni, indicando in specifico un postagiro di 19.900 euro (emesso l’8 agosto 2013) in favore della Trasmoter srl e quella somma sarebbe stata immediatamente prelevata in contanti proprio da Zangari, il tutto agevolando la cosca. Un reato con l’aggravante mafiosa che verrà discusso – in tribunale a Venezia, con rito ordinario – nel processo Camaleonte, ancora alle prime battute.

nell’aula-bunker

Diversa la situazione nell’Appello di Aemilia, in cui il sostituto pg Valter Giovannini ha già chiesto per Zangari la conferma della condanna di primo grado (2 anni e 11 mesi di reclusione). Articolata, in arringa, la replica dell’avvocato difensore Raffaella Pellini: «Il mio assistito è incensurato e non gli è mai stata applicata alcuna misura cautelare, non ha fatto un solo giorno di carcere. È l’unico soggetto nel processo Aemilia, riconosciuto intestatario fittizio di società (la citata Trasmoter srl e la Star Gres srl, ndr) che è stato ritenuto dal Tribunale di Reggio Emilia completamente estraneo alla consorteria mafiosa. Non risulta che vi sia stata impugnazione del pm sulla caduta di questa aggravante, per cui Zangari non dovrebbe neppure stare a un processo di ’ndrangheta».

Il difensore rimarca che la condotta processuale del suo assistito è meritevole delle attenuanti generiche: «Le dichiarazioni provano la sua ingenuità ed inconsapevolezza dei reati posti in essere da un gruppo di persone che non conosceva o con le quali non ha mai avuto rapporti consolidati». Una sottolineatura per entrare più nello specifico sull’accusa di intestazione fittizia societaria: «Zangari aveva solo bisogno di lavorare (per sfamare moglie e quattro figli) e dalle dichiarazioni di Giglio, che era l’unico gestore delle società, deve essere escluso il dolo specifico dell’aver agito con il fine specifico di eludere le norme in materia di prevenzione patrimoniale. Giglio infatti esclude categoricamente che Zangari sapesse qualcosa sulla gestione delle società. E lo stipendio di 500-1.000 euro datogli da Giglio, era troppo basso per assumersi consapevolmente certe responsabilità e rischi».

«VA ASSOLTO»

Ancora più dettagliata l’arringa a contrasto dell’imputazione sulle false fatture: «Giglio, collaboratore di giustizia ritenuto credibile dal Tribunale di Reggio Emilia, dichiara che Zangari non sapeva nulla delle fatture che venivano emesse, a chi venivano emesse le fatture e per quali somme. Risulta sempre da Giglio e dai testimoni sentiti che Zangari si recasse una o due volte al mese da Giglio che non aveva necessità di vederlo spesso perché aveva tutti i libretti presso di sè. Mentre il mio assistito non aveva accesso ai conti correnti delle società, non poteva disporre bonifici online (non aveva password, nè conosceva le movimentazioni dei conti correnti intestati alle società), se andava in banca andava ad apporre firme o se sottoscriveva contratti o si recava dal notaio a mettere firme era sempre accompagnato da uomini di fiducia di Giglio». Valutazioni dell’avvocatessa Pellini che si concludono con la richiesta d’assoluzione. Argomentazioni difensive che risentiremo in tribunale a Venezia. —

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