Nicolino Sarcone vuole uscire dal carcere duro

Tramite i suoi due avvocati ha impugnato il rinnovo di quel regime detentivo Ma per la Procura generale si è solo falsamente pentito

REGGIO EMILIA

Da cinque anni Nicolino Sarcone – uno dei capi della cosca ’ndranghetista emiliana – è al carcere duro, dove sta scontando la pena definitiva inflittagli nel maxiprocesso Aemilia (15 anni di reclusione) a cui, al momento, assomma la condanna in primo grado (30 anni di carcere) per i due omicidi del 1992 a Reggio Emilia e Brescello. Da un anno il carcere duro (il famigerato 41 bis) gli è stato rinnovato dal ministero della Giustizia, su richiesta della Dda di Bologna. Un rinnovo impugnato dai due difensori (gli avvocati Carmine Curatolo e Sabrina Mannarino) e di recente discusso davanti al tribunale di sorveglianza di Roma (competente, in quanto il boss è rinchiuso a Rebibbia). La Procura generale, dopo le informazioni ricevute dall’Antimafia, ha chiesto la conferma del carcere duro, relegando il pentimento di Sarcone (manifestatosi tre anni fa) a strategica mossa non solo per sè ma anche per quei fratelli finiti nelle “spire” processuali. Insomma, un killer mai veramente ravvedutosi. Di diverso avviso i suoi legali: «Il decreto ministeriale viola i presupposti per questo regime detentivo – si legge nel ricorso – Non sono infatti evidenziati elementi che prospettano un quadro oggettivo di permanente pericolosità e attualità del ruolo primario da lui assunto e che testimonino che lui sia in grado di mantenere i contatti con l’organizzazione criminale nel territorio». Poi la sottolineatura sull’intenzione di collaborare con la giustizia: «Aveva confessato tre omicidi (per quello di Antonio Villirillo era già stato assolto), confermando così le ipotesi accusatorie. Seppur non accolto come pentito, la sua scelta rappresenta un’azione incompatibile con la volontà di ricoprire un ruolo nel sodalizio». Vedremo ora cosa deciderà il giudice. —


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