La ricusazione dei giudici finisce in Cassazione

L’Appello non accoglie l’istanza di Grande Aracri che subito però impugna. La sentenza di Aemilia ’92 resta a rischio

Tiziano Soresina

REGGIO EMILIA


C’è una sotterranea lotta contro il tempo – a colpi di ricorsi – che mette tuttora in forse l’incombente sentenza, in Assise, sui due omicidi in odore di ’ndrangheta del 1992.

Un’incertezza che nel giro di poco tempo ha preso la via di Roma. Perché a distanza di poche ore sono principalmente accaduti due fatti nel solco dell’azione avviata dall’imputato Nicolino Grande Aracri – tramite i difensori Gregorio Viscomi e Filippo Giunchedi – che ha avanzato un’istanza di ricusazione nei confronti del presidente Dario De Luca e verso il giudice togato a latere Silvia Guareschi. A essere sollevata è una incompatibilità dei giudici che, insieme al presidente del tribunale Cristina Beretti, hanno respinto l’istanza di scarcerazione avanzata dal boss, detenuto al 41 bis, in ragione delle sue precarie condizioni di salute che lo renderebbero particolarmente esposto al rischio di contrarre il Covid-19. Aver deciso per la permanenza in carcere dell’imputato, secondo i due legali, costituirebbe in sostanza una sorta di «anticipazione del giudizio» del processo in corso. Ebbene, sul punto la Corte d’appello di Bologna si è espressa, non accogliendo l’istanza di ricusazione. Ma il braccio di ferro legale è proseguito perché i difensori di Grande Aracri hanno impugnato la decisione davanti alla Suprema Corte.

Un botta e risposta, con all’orizzonte l’udienza-chiave del 17 luglio (in cui si prevedono repliche e verdetto) che è sempre più vicina. Quindi, a maggior ragione restano in piedi – al momento – tre strade: la decisione non viene presa entro il 17 luglio e in quella data allora vi sarà spazio solo per le repliche e verrà programmata un’ulteriore udienza, oppure l’istanza difensiva viene bocciata e il 17 luglio arriverà l’attesa sentenza, altrimenti – nel caso l’istanza risulti fondata – il processo sarà da rifare. —

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