Urge un monumento al cappelletto sul confine di Rubiera

L’idea è del sindaco Cavallaro. Collocazione: sulla rotonda d’ingresso del paese. Il modello naturale sarà ingrandito e gigantografato con una stampante 3D

RUBIERA. Il confine e questo. Sì, c’è il Secchia, ma prima o poi a Rubiera sorgerà un monumento al cappelletto reggiano a segnare la frontiera che ci separa dal tortellino modenese. Il sindaco Emanuele Cavallaro svela il progetto.

Il sindaco di Rubiera, Emanuele Cavallaro


Conferma o smentisce che ha in mente di issare un monumento al cappelletto reggiano a Rubiera? Con quale motivazione?

«Confermo. I cappelletti sono il benvenuto con cui da sempre i reggiani, nei giorni di festa, accolgono gli amici e i parenti a tavola. Sono dunque un simbolo di ospitalità per chi viaggia lungo la via Emilia, un emblema delle nostre radici, un segno di identità. E sono anche intriganti nel loro design».

A lezione di cappelletti


Rubiera sta sul confine. Di là Modena con i tortellini. Di qua Reggio con i cappelletti. Che cosa vuole marcare? È una dichiarazione di guerra?

«Il termine “guerra” va usato con cautela, se non altro per rispetto alla nostra storia. Rubiera e le sue fortificazioni furono costruite dai reggiani proprio per difendersi dai modenesi. Diciamo che può essere una dichiarazione di rivalità: concetto che in Emilia, però, porta a delle meravigliose competizioni per essere i migliori al mondo. Penso a Ferrari e Lamborghini, per intenderci. Beato il popolo che può scegliere tra cappelletti e tortellini. Del resto, i tortellini sono nati a Castelfranco Emilia, un paese storicamente speculare a Rubiera, costruito dai bolognesi per vigilare – anche in quel caso - sull’inquieto confine con Modena lungo la medesima consolare.

La rotonda che segna il confine tra Rubiera e Modena


Lei crede nel potere economico dei cappelletti, cioè nelle tipicità alimentari dei territori?

«Sì. Anche accidentali. È cosa certificabile che la sede italiana di Tetra Pak sia a Rubiera a causa di un certo pranzo che convinse il consiglio d’amministrazione della multinazionale a fermarsi qui, negli anni ’60. L’Italia deve alla sua storia fatta di borghi, ducati e separazioni non solo il Rinascimento, ma uno sterminato patrimonio di particolarità a tavola. Un giacimento che nel mondo non ha pari e che non è replicabile. È prima di tutto una sfida culturale, ancor prima che una battaglia commerciale: il mondo è ormai così globalizzato e standardizzato da essere affascinato dalle eccezionalità. Si dirà che si tratta di nicchie: ma da quelle nicchie passa la luce che traina il concetto di “Italia” nel suo complesso. I numeri dell’export agroalimentare del 2019 erano molto buoni, prima del Covid, forse sempre da qui può passare un traino importante per uscire dalla crisi. Mi colpiva, nelle settimane del lockdown, vedere quanti italiani si fossero trasformati in cuochi, attenti a pubblicare sui social i loro successi. Spesso erano ricette della nonna: di qualsiasi latitudine della penisola. Tipicità. Non so in quale altra nazione sia accaduto».



Quali saranno i passaggi per la realizzazione del monumento, se non sbaglio da collocare nella grande rotonda che s’incontra arrivando da Reggio, sulla via Emilia?

«Procederemo con un bando pubblico al fine di individuare con trasparenza gli eventuali sponsor ed affidare la manutenzione anche futura della rotonda, come è accaduto negli altri casi. Dagli approfondimenti tecnici che ho condotto, è possibile replicare un cappelletto vero, fatto da una rezdora. Sarebbe particolarmente autentico».

Non un artista, dunque, ma una sfoglina. Le farete confezionare un cappelletto ortodosso e lo ingrandirete come, di quanto?

«La tecnologia che mi hanno proposto prevede un rilievo 3D del cappelletto originale e poi la sua proiezione fino a una dimensione tale da renderlo “stampabile” a dimensioni tali da renderlo ben visibile anche al centro di una rotonda. Una parte di questa tecnologia è persino a disposizione delle nostre scuole secondarie di primo grado. Sarebbe bello coinvolgerle nell’impresa. Le dimensioni finali saranno determinate dai vincoli tecnici del sistema di produzione».

Sa che politicamente lei s’impossesserà dell’“immagine” del cappelletto, associandola a Rubiera? Ha già messo in conto le critiche?

«Il cappelletto reggiano è patrimonio di ogni famiglia di teste quadre. Rubiera è semplicemente un confine: il “benvenuto” che vogliamo dare è a nome di tutti, non vogliamo primazie. Sono tuttavia disponibile a sostenere eventuali sfide a tavola, soprattutto dietro un piatto di caplèt».

Consiglierebbe al suo collega sindaco di Sant’Ilario d’Enza di erigere un analogo monumento a ridosso con la linea di confine e separazione dell’anolino di Parma?

«Se può servire sono disponibile a passargli eventualmente il rilievo 3D, quando lo avremo. Anche se è vero che il ponte sull’Enza corrisponde al trattino che unisce le parole “parmigiano” e “reggiano”».

Lei il cappelletto come lo preferisce, qual è la ricetta che vale nella sua famiglia?

«Ovviamente in brodo – nemmeno da specificare -. Ho un preciso ricordo di una discussione sulla noce moscata tra mio nonno e mia madre. Nonno era uno straordinario produttore di cappelletti. Io andavo a rubare il “pesto” dalla ciotolona, per me era una vera prelibatezza. Poi, ogni mano fa il suo cappelletto: quelli di mamma sono diversi. Quelli della zia che ogni tanto ce ne regala qualche uovo, anche. Sono in grado di distinguerli, nel piatto, a occhi chiusi. Più che altro, quando arrivano, dicono sempre di metterli nel freezer. Ma raramente è necessario: spariscono prima». —

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