Giovane siriana si rifugia a Reggio Emilia fonda una start-up e “salva” i genitori

In fuga dalla guerra civile, studia e diventa imprenditrice. Ora in tribunale ha ottenuto il ricongiungimento familiare

REGGIO EMILIA. È la più giovane rifugiata politica siriana che vive a Reggio Emilia. Sulla sua pelle sconta le tragedie della guerra civile che dura ormai da nove anni. Ma è una donna forte, determinata. Non ha voluto che la sua vita fosse travolta dalla guerra, cercando pure di dare una via d’uscita ai genitori. Per motivi di sicurezza non ne forniremo l’identità. La sua è una storia tutta da raccontare.

Prima ruota attorno a Damasco, martoriata dalle bombe: l’azienda di famiglia cessa l’attività a causa della guerra civile, lei fra mille difficoltà riesce a portare a compimento la laurea triennale in farmacia. Quattro anni fa, in un clima di morte e terrificanti esplosioni, a 24 anni decide di lasciare la Siria. Una fuga per sperare in un futuro. Giunge nella nostra città dove – nella zona di Porta Castello – ha l’appoggio di alcuni parenti. Ha quattro obiettivi: ottenere lo status di rifugiata politica (rilasciatole poi dalla Commissione territoriale di protezione internazionale), imparare in fretta l’italiano, perfezionare i suoi studi universitari e aiutare in tutti i modi i suoi genitori sessantenni rimasti a Damasco. Una sfida che avrà diversi passaggi.

Con tenacia ottiene – all’Università di Bologna – la laurea magistrale in Biotecnologie farmaceutiche, poi un master a Losanna e sempre in terra svizzera l’approdo sul mercato del lavoro con una sua start-up nel campo della tecnologia medica. Una neo-imprenditrice che riceve riconoscimenti, ma resta in ansia per i genitori. Riesce ad inviargli dei soldi, anche tramite dei conoscenti, ma sa che il conflitto armato infuria, la crisi umanitaria è sempre più grave e là è troppo pericoloso restare.

La salvezza può arrivare solo per vie legali. Avvia così l’iter per ottenere il ricongiungimento in Italia con i genitori. Si appoggia sulla International Bridge (società di pratiche amministrative con sede a Reggio Emilia) che a sua volta incarica di curare il tutto l’avvocatessa reggiana Marta Verona. Non sarà un percorso facile. L’ambasciata italiana a Beirut (competente anche per i siriani) non concede il visto. A quel punto l’avvocatessa Verona fa ricorso nel settembre 2019. A decidere è il Tribunale di Roma – in specifico il giudice Antonella Di Tullio – e la causa civile si dimostra in salita perché l’Avvocatura di Stato si oppone. Di recente la decisione che invece accoglie il ricorso, in quanto il giudice rimarca come la figlia abbia materialmente sostenuto i genitori e quelle somme abbiano permesso al padre e alla madre di sopravvivere a Damasco in condizioni difficilissime, da sfollati.

Una sentenza che tiene conto di quanto sta avvenendo nella capitale siriana: crisi alimentare e di medicinali, crimini di guerra, un’economia allo sfacelo su cui pesano le sanzioni degli Stati Uniti e dell’Unione europea “volte a spingere Assad a trovare un compromesso con le forze di opposizione”. Il regime siriano è appoggiato da Mosca, i ribelli sono sostenuti dalla Turchia. Un conflitto lontano dal risolversi. Con questa svolta giudiziaria, fra pochi giorni i genitori ritireranno il visto a Beirut, poi il trasferimento nella nostra città dove potranno riabbracciare la figlia e rifarsi una vita.

«Pur in tempo di Covid il procedimento è stato veloce – commenta l’avvocatessa Verona – e questa decisione dà giusto valore alla normativa comunitaria sul ricongiungimento familiare del rifugiato». —

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