I due Muto negano intestazioni fittizie su società e locali

BOLOGNA

Con la triplice differenziazione dei riti delineatasi pian piano in aula, ora è entrata nel vivo l’udienza preliminare legata all’operazione antimafia Grimilde orchestrata dalla Dda di Bologna e che vede alla sbarra 82 imputati.


Rito abbreviato “condizionato” all’esame degli imputati: è la scelta fatta dai fratelli calabresi Antonio (48 anni) e Cesare Muto – entrambi residenti a Gualtieri – che sono difesi dagli avvocati Luca Brezigar e Natalia Branda. I due imputati sono accusati di intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agito per agevolare l’attività della cosca ’ndranghetista operante da anni in Emilia. Nel mirino dell’imputazione le società di autotrasporti che la Dda riconduce a loro, nonché la gestione di due importanti discoteche reggiane come l’Italghisa (in città) e il Los Angeles (a Bergonzano di Quattro Castella). Due interrogatori effettuati con modalità differenti: Antonio ha parlato in videocollegamento dal carcere di Frosinone, mentre Cesare è stato sentito in aula. Le aziende di autotrasporti sono intestate alla madre (Domenica Parrinelli) e alle mogli di Antonio (Rossella Lombardo) e di Cesare Muto (Rosetta Pagliuso). Sono tre donne pure loro imputate in questo procedimento. Ma secondo i Muto c’è un ben preciso perché su queste intestazioni. Una storia che parte dalla Calabria nel 1968, con il padre Benito come fondatore e poi il trasferimento a Gualtieri. «Abbiamo intestato loro queste società perché avevamo avuto un precedente fallimento – il succo della motivazione data dai due fratelli – non avevamo più credito dalle banche». Aziende gualtieresi sequestrate nell’autunno 2019 ed ora sotto il controllo dell’amministrazione giudiziaria. Parrinelli vi ha lavorato fino alla pensione, mentre le due mogli vi lavorano tuttora.

Relativamente alle due discoteche, i fratelli Muto risultavano gli intestatari, ma solo in modo fittizio perché il vero proprietario sarebbe il 40enne Salvatore Grande Aracri. «L’Italghisa era tutta mia – ha replicato Antonio Muto – e Grande Aracri vi lavorava già prima del 2006, sotto la gestione di altre due persone che costituirono la società nel 2005, aprendo un mutuo di 450mila euro e un leasing di 200mila e poi me la vendettero l’anno dopo, quando mi accollai tutti i debiti. Nel 2009 capii che la discoteca non rendeva come avrei voluto e così l’ho venduta, anche se sto ancora saldando i conti pregressi».

Sempre Antonio ha respinto coinvolgimenti nel Los Angeles: «Lì andavo solo a ballare d’estate». —

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