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Crisi del Parmigiano, i reggiani frenano: «Non possiamo indebitarci fino al collo»

Parla Giorgio Catellani, presidente della Latteria San Giovanni «Bertinelli annuncia un piano, ma dove prenderemo quei soldi?»

REGGIO EMILIA  Ritiro delle forme e taglio della produzione per rialzare i prezzi. È il piano shock da finanziare con 100 milioni annunciato ieri sulla Gazzetta dal presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, Nicola Bertinelli. Il crollo dei prezzi pagati ai caseifici, infatti, ha ufficialmente riaperto lo scontro dentro l’ente di tutela. Ad accendere la miccia sono in questi giorni le latterie reggiane, soprattutto quelle a marchio cooperativo, che a livello generale rappresentano il 70% dei caseifici ma che all’ultima tornata avevano perso lo scranno della presidenza, andato poi all’attuale numero uno Bertinelli, diventato anche presidente regionale di Coldiretti.

«Non sappiamo ancora dove andrà a prendere quei soldi ma le latterie hanno già investito tanto e non possiamo indebitarci a dismisura» dice Giorgio Catellani, presidente della coop Cila, della latteria San Giovanni di Novellata, del caseificio di Rubiera e socio nel caseificio del Fornacione di Felina. Un riferimento nel sistema in quota a Legacoop, e che non lesina critiche a Bertinelli: «Sappiamo ancora poco del suo piano. Per ora c’è il solito trionfalismo che contraddistingue questo dirigente».


Catellani, i produttori reggiani stanno muovendo critiche alla gestione del Consorzio. Perché? «Non è una cosa semplice. Nel senso che veniamo da un periodo abbastanza lungo dove sono arrivati dei messaggi da parte del Consorzio di assoluta tranquillità e sono state sempre sostenute tesi con cui si diceva che il mercato del formaggio tiene ed è sostanzialmente in equilibrio tra domanda e offerta».

Non è così?  «No. Anche noi non abbiamo capito bene cosa sia successo alle tante rassicurazioni che ci erano state offerte. Nel senso che è da prima di gennaio che le quotazioni del formaggio a 12-14 mesi piano piano hanno iniziato a scendere. Siamo passati dagli 11 euro fino ad avere l’8 davanti al prezzo al chilo, già da fine gennaio. E già allora eravamo in queste condizioni».

Lei dice quindi che il Covid non c’entra con questo calo?  «Allora la parola Covid io pensavo che fosse una parola cinese, non italiana. E l’aumento della produzione è partita da tempo. Quindi sinceramente non ho capito che fondamento avessero quelle continue rassicurazioni se ora siamo con il formaggio che vale così poco».

Siete pronti a tagliare la produzione come ventilato dal presidente Bertinelli?  «Oggi come oggi non è una cosa semplice. Serve tempo per costruire e smontare questi meccanismi. Perché ovviamente le aziende hanno fatto i loro investimenti, le loro programmazioni, ci sono gli animali pronti per la produzione nelle stalle».

Quindi avete fatto investimenti per aumentare la produzione?  «È naturale nel momento in cui un imprenditore vede che una linea di prodotto fa guadagnare e c’è la possibilità di vendere. Capisce anche lei che se posso vendere le vacche le tengo. Oppure se ho da fare un investimento lo faccio anche maggiore rispetto all’inizio perché l’attività ha delle prospettive di guadagni».

Il mercato tirava e vi siete esposti?  «Nell’annata 2019, quando si vendeva il formaggio 2018, sono stati realizzati dei prezzi convenienti».

C’è un problema di liquidità, quindi? Perché se i caseifici vendono a prezzi bassi è perché cominciano ad essere a corto di soldi. Non era meglio metterne via quando c’era un surplus?  «È naturale che le aziende sane e lungimiranti e ben radicate nel territorio sull’annata 2018 hanno guadagnato bene. Però lei capisce che se per un anno prendo un euro in più al chilo e poi l’anno dopo ne perdo quattro faccio presto a intaccare anche le riserve. Qualunque azienda se si vede il fatturato da un anno all’altro diminuire del 30% fatica. Soprattutto se non può ridurre i costi o se ha addirittura investito. Se ci troviamo che oggi il prodotto non costa più niente diventa difficile andare avanti».

Non è un avvitamento pericoloso?  «Io, assieme ad altri presidenti dei caseifici più strutturati di Reggio, che non siamo presenti nel cda del Consorzio, abbiamo chiesto ai membri della sezione di Reggio di prendere dei provvedimenti. Sembrava che non si fosse valutata bene l’entità della situazione. So che adesso stanno discutendo di proposte. Vedremo quando ce le presenteranno e a cosa portano. Se spostano solo avanti il problema, questo non si risolve. Se il Consorzio si indebita per mettere via un tot di forme e poi tra un anno torna a metterle sul mercato può essere solo un palliativo. Però non conosco ancora la proposta completa. Non abbiamo ancora visto nulla nel dettaglio. Per ora c’è il solito trionfalismo che contraddistingue questo dirigente».

Le latterie di Reggio sembrano però sole in questa disputa. Non è una resa dei conti dopo la vittoria di Bertinelli sofferta dalla cooperazione?  «Sicuramente in democrazia vince anche chi ha un voto in più. Poi dire che cosa questa amministrazione ha fatto rispetto alle promesse è un’altra cosa».

Così l’assemblea rischia di essere rovente.  «C’è sicuramente un certo distacco tra le latterie reggiane e i rappresentanti reggiani in cda. Ma chi vince, anche se per pochi voti, deve rappresentare tutti». —

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