Da figlio di emigranti a fondatore di Interpump: ora Montipò entra nel gotha della Borsa

Il titolo dell’azienda di Sant’Ilario entra nell’indice Ftse Mib, quello delle più grandi aziende per liquidità e capitalizzazione

SANT’ILARIO D’ENZA  Figlio di emigranti, è sceso da Baiso per conquistare la Pianura Padana e da lì ha scalato il mondo dell’industria delle pompe ad altissima pressione. Un’epopea imprenditoriale, quella di Fulvio Montipò, partita nel 1977 con la fondazione del gruppo Interpump e che ha raggiunto in queste ore una nuova vetta di interesse da parte della comunità finanziaria.

La sua azienda è entrata infatti nell’olimpo della Borsa Italiana. Il titolo azionario del gruppo reggiano – quotato dal 1996 e che nel 2019 esprime ricavi consolidati per 1,3 miliardi, Ebitda al 23% delle vendite e un utile netto pari a 180 milioni di euro – fa ufficialmente parte del Ftse Mib, il paniere di 40 titoli che conta campioni dell’economia nostrana del calibro di Ferrari, Intesa San Paolo, Eni, Poste Italiane, Mediobanca e via di questo passo. In pratica il “salotto buono” dell’economia, selezionati nel Ftse Mbi in funzione dell’alta liquidità e dell’ampia capitalizzazione, inserito nella vetrina finanziaria internazionale offerta dall’indice milanese – gestito dalla società della Borsa di Londra – nel quale Interpump entra ora a pieno titolo, sorpassando altri titoli reggiani come Iren, la multiutility del nord-ovest rimasta fuori anche questo giro, e senza scordare Bper, la banca emiliana che invece esce lasciando l’ambito piazzamento nel Ftse Mib proprio a Interpump.



Per Montipò e la sua creatura si tratta di un’incoronazione. Per chi ha investito nel titolo Interpump – soprattutto investitori istituzionali, al di là dei piccoli risparmiatori – si tratta di un ulteriore trampolino per il titolo azionario. Questo perché chi entra a far parte del Ftse Mib – indice che rappresenta l’80% della capitalizzazione della Borsa Italiana – finisce nel mirino di ulteriori fondi e investitori di grande portata. La progressione di Interpump e del suo presidente Montipò – saldamente in carica anche come amministratore delegato – fa da traino in realtà a molte aziende e dinastie imprenditoriali reggiane come Corghi e Albarelli.

A suon di acquisizioni, infatti, Interpump è diventata una sorta di distretto della meccanica reggiana, un coagulo fatto di conoscenza tecnica – oggi si dice know-how – gemmata da esperienze come le Officine Reggiane – oggi si chiamerebbero spin-off – che ha dato vita poi ad aziende come Walvoil o Reggiana Riduttori, e sui quali Montipò ha puntato tutto. Oltre ad aver acquisito decine di aziende straniere, l’imprenditore originario dell’Appennino ha fatto sue anche le grandi concorrenti reggiane, lasciando al comando i capitani storici diventati poi suoi soci in affari.

Un processo di crescita per linee esterne che vede Interpump ormai leader mondiale del settore cosiddetto dell’acqua con circa il 50% della quota di mercato nelle pompe a pistoni ad alta ed altissima pressione. C’è poi la prateria ancora sconfinata del settore olio, dove l’azienda con sede a Sant’Ilario d’Enza è uno dei principali produttori al mondo di cilindri, distributori, valvole e tubi o raccordi per il settore oleodinamico, con vaste possibilità ancora di crescita.

Montipò non è certo solo in questa cavalcata. Primo tra tutti ha avuto accanto da lungo tempo Paolo Marinsek, suo braccio destro in azienda. E da lungo tempo ha la fiducia tra gli altri di Giovanni Tamburi, guru degli investimenti, che ha fatto entrare le azioni di Interpump nei portafogli dei capitalisti italiani tramite il suo fondo Tip. L’attenzione sul titolo dell’azienda reggiana è palpabile: basti pensare che ha recuperato i valori dopo il tonfo a marzo dei listini, generato dal rischio Covid e dal lockdown. Semmai, ora, la più grande sfida per Interpump riguarda il futuro passaggio generazionale, per il quale il patron non sembra aver pensieri, restando saldo al comando.

L’ultima acquisizione, quella di Servizi Industriali di Ozzano Emilia per 4 milioni, è di pochi giorni fa: bruscolini rispetto alle decine di milioni investiti nell’ultima decade. Un viaggio scaturito dall’intuizione di Montipò circa l’utilizzo dei pistoni in ceramica all’interno delle pompe a pressione per uso professionale, che avrebbe consentito una maggiore durata, minore usura e conseguente risparmio dei costi. Un’innovazione radicale che da ora lavoro a 8mila persone nel mondo.

«Una crescita figlia di un sogno, miserie e desiderio di riscatto» L’ingresso di Interpump nella serie A del Ftse Mib premia quindi una delle multinazionali più originali dell’industria Italiana. «Questo riconoscimento mi rende orgoglioso come imprenditore e come reggiano - commenta Fulvio Montipò, che ha dato vita a un colosso della meccatronica partendo dal nulla - Proprio l’ossessione della ricerca di sicurezza è quella che consente di vincere sfide inimmaginabili. Ricordo l’emozione e il groppo alla gola che provai in Germania nel 2005, subito dopo l’acquisizione di Hammelmann, nel veder sventolare la bandiera italiana sul pennone più alto, insieme a quella tedesca e a quella europea, sulla sede di un’eccellenza tecnologica proprio in uno di quei Paesi dove tanti della mia famiglia avevano per lungo tempo emigrato per sopravvivere». Ma Hammelmann è solo una tra le tante soddisfazioni per Montipò e per gli azionisti di Interpump, che è quotata alla Borsa di Milano dal 1996. L’attività di acquisizioni prosegue anche col Covid. Una storia d’impresa che ricalca quella del suo patron. Perché, come ha detto lo stesso Montipò, la crescita di Interpump «è figlia di un sogno post-bellico, della miseria più cattiva, del desiderio di riscatto. Probabilmente tra i giovani adesso c’è più formazione, visione e capacità di accelerazioni rapide. La differenza la fa comunque il sacrificio, che è il padre di ogni sogno tradotto».



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