Delitti ’92, il pm Ronchi chiede l’ergastolo per tutti e quattro gli imputati alla sbarra

L’accusa: «Le prove raccolte e le rivelazioni dei pentiti sono inattaccabili, i due omicidi maturarono in una guerra di mafia»

REGGIO EMILIA

Ergastolo per tutti gli imputati. È la richiesta del pm Beatrice Ronchi, formulata – ieri in Assise – al termine della requisitoria del processo Aemilia ’92 nei confronti di Nicolino Grande Aracri, Angelo Greco, Antonio Ciampà e Antonio Lerose. Per tutti l’accusa contestata è di omicidio volontario, premeditato e aggravato dal metodo mafioso, in relazione ai delitti di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero, avvenuti nel 1992 (uno a Reggio Emilia, l’altro a Brescello).


Sono pene severe chieste per due omicidi che i pentiti Antonio Valerio, Angelo Salvatore Cortese, Giuseppe Liperoti e Salvatore Muto (classe ’77) hanno inquadrato nella guerra per il controllo del territorio emiliano scoppiata all’epoca nella ’ndrangheta in Calabria, dove ambizioni e interessi si sono intersecati con faide antiche e vendette personali.

Oltre al «fine pena mai» il pm chiede l’applicazione dell’isolamento diurno in carcere, per 3 anni per il boss Grande Aracri, lo stesso per Ciampà e per un anno per Greco (detto «Linuzzo») e Lerose (detto «il bel Renè»). Chiesti per Ciampà e Lerose, ora liberi, anche la custodia cautelare in carcere in caso di condanna, perché entrambi non hanno mai interrotto i contatti mafiosi e sussistono i rischi di fuga o reiterazione del reato.

Nella requisitoria, durata più udienze, l’accusa ha messo più volte in risalto il contributo decisivo dei due collaboratori di giustizia Cortese e Valerio: «Le loro dichiarazioni sono state rese spontaneamente, chiaro segnale di attendibilità e provengono da soggetti che quando le rendono non hanno più rapporti da anni».

Quanto alla stampa e a Facebook (il profilo curato da Agende rosse), strumenti che secondo Grande Aracri avrebbero permesso ai pentiti di accordarsi sulle versioni: «Facebook non c’era nel 2008 quando Cortese ha iniziato a collaborare e nemmeno nel 2017 quando Valerio, chiuso in carcere, rendeva le sue dichiarazioni». I tentativi delle difese di portare a galla incongruenze nelle «storie» dei collaboratori, aggiunge, «sono stati veramente risibili». Infine il pm, citando anche le analisi dei tabulati telefonici del ’92 e i sopralluoghi nel corso delle indagini, conclude: «La sicura ridondanza degli elementi in relazione all’unitaria canalizzazione delle condotte, riporta a una premeditata esecuzione di un preciso progetto criminale ad evidenza ascrivibile alle logiche ’ndranghetistiche». —

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