Aemilia ’92, il pm Ronchi e l’attendibilità dei pentiti

Ripercorse ieri le testimonianze dei collaboratori di giustizia Valerio e Cortese Il magistrato: «Un bagaglio di informazioni enorme riversate al procedimento» 

REGGIO EMILIA. «Nicolino Grande Aracri, che durante questo processo si è scagliato a più riprese contro Facebook e contro i media, non l’ha fatto per diritto di difesa, bensì per tutelare la sua immagine all’interno del sodalizio. Il boss perde consenso popolare: è l’azione ‘ndranghetista di un re che deve conservare il proprio regno». Così in una requisitoria fiume il pm della Dda Beatrice Ronchi ha rispedito al mittente (cioè a Grande Aracri, in videoconferenza intento a prendere continui appunti) le lamentele per le dirette sui social, a detta del boss in grado di influenzare i testimoni. Questo l’unico momento di scontro diretto della seduta di ieri sui cold case dei delitti di ‘ndrangheta “Aemilia 1992”. Il mandante Nicolino Grande Aracri, Angelo Greco, Antonio Ciampà e Antonio Lerose sono i quattro imputati (per tutti l’accusa è di omicidio aggravato dal metodo mafioso) del procedimento che ha portato la Procura Antimafia a riesumare i delitti di 28 anni fa, vittime Nicola Vasapollo a Reggio Emilia e Giuseppe Pino Ruggiero a Brescello. Nell’aula che pullulava di mascherine e disinfettanti, il pm Ronchi ha ribadito la credibilità dei due pentiti Angelo Salvatore Cortese e Antonio Valerio, le fondamenta sulle quali poggia l’imponente architettura accusatoria. «Abbiamo molto altro: perquisizioni, intercettazioni, fotografie, riscontri puntuali», ha sottolineato il pm. Ma è indubbio che «Cortese e Valerio sono stati, fino agli anni ’80, esponenti della ’ndrangheta, hanno avuto un rapporto fiduciario con Grande Aracri, hanno vissuto in prima persona i fatti principali accaduti nella nostra regione: un bagaglio di informazioni enorme, riversate alla giustizia quando hanno deciso di collaborare».

La terza puntata della requisitoria è stata incentrata su Valerio, il pentito di Aemilia che ha partecipato all’esecuzione di Ruggiero a Brescello e che dimostra una memoria migliore di Cortese, presente a intermittenza «per via di Paolo Bellini», per il quale è appena stato chiesto il rinvio a giudizio per la strage di Bologna. Valerio ha ripercorso nel dettaglio le fasi del delitto Ruggiero.


I preparativi: dall’appartamento di Modena al capannone di Cella per finire di camuffare la Fiat Uno da vettura dell’Arma («è Alfonso Diletto a comprare gli adesivi, il lampeggiante si accendeva ma non suonava, la targa di Cutro era un problema»), il travestimento da carabinieri («io avendo una tuta nera ho preso solo il cappello»), le armi nel baule («Greco sceglie una pistola calibro 38, Cordelli una 7.65 e Lerose una mitraglietta). E gli imprevisti dei killer pasticcioni: Greco spara in anticipo e «Ruggiero non muore subito», gli assassini salgono sulla Fiat camuffata già cosparsa di benzina senza che si riesca a incendiarla, la retromarcia si inceppa, l’altra auto di appoggio (una Punto guidata da Francesco Dragone) è troppo in là e i quattro si mettono a correre nel buio, fino a raggiungere la Renault 19 guidata da Cortese, che li aspetta sul Po. Poi i killer, saltando la recinzione, raggiungono Nicolino Grande Aracri nella piazzola di sosta dell’A1 tra Reggio e Parma. —

AmBRA PRATI. © RIPRODUZIONE RISERVATA +++.