Lo scafandro della cura e del dolore

L’editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani

«Un male impetuoso. Il 26 marzo, di notte era ormai pronto l’ospedale da campo». Il titolo condensa il racconto che ci consegna il direttore generale dell’Ausl di Reggio Emilia, Fausto Nicolini. Lo svolge per la prima volta, come per varcare la porta spalancata sulla Fase 2 ma con cautela. Lo fa per rielaborare due mesi di pandemia vissuti dentro la Sanità, nello scafandro della cura e del dolore.



Questa immagine della notte, del morbo in agguato, di seicento ricoveri alla volta, dei morti in solitudine, delle tende che dovevano prolungare gli ospedali reggiani, non appartiene al passato. È di ieri. Potrebbe ripetersi.

Ma il mondo di qua, quello fuori dalle corsie e lontano dai respiratori, che non vede l’ora di fare ritorno al “prima” neanche sa indossare la maschera. C’è differenza fra mettere e indossare, aver cura della propria vita e di quella degli altri. Il nostro è un Paese che dimentica prestissimo e se ne frega. Vale per il casco che, siccome non fa belli, va posizionato più indietro che si può, sulla nuca. Vale per le cinture di sicurezza da dimenticare o trattenere sotto una natica, perché infastidiscono. Vige per molti che - appunto- non indossano, ma mettono la mascherina sotto il naso, sotto le labbra, sul collo, sulla fronte. C’è gente che ama stilizzare i dispositivi obbligatori e li fa diventare dei segni ormai esteriori dello spauracchio passato, superato (secondo loro).

Parole chiare da Nicolini: «Lo sviluppo dell’epidemia è stato impetuoso e travolgente ed a un certo punto ci ha costretto a spostare la linea difensiva sugli ospedali perché l’afflusso di pazienti era massiccio e per certi versi incontrollabile». E i posti letto della rianimazione sono passati da 19 a sessanta. Non siamo fuori dallo scafandro.