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Coronavirus, il direttore dell’Ausl di Reggio Emilia racconta i due mesi di guerra contro la pandemia

Il direttore dell’Ausl Fausto Nicolini racconta la pandemia nel Reggiano: «In venti giorni la rete ospedaliera è stata stravolta. Ora tocca ai cittadini»

Dottor Nicolini, ci descriva il Santa Maria Nuova, i suoi reparti, gli operatori, i pazienti nei giorni più acuti e più tragici della pandemia.

«Più che solo del Santa Maria Nuova vorrei parlare di tutta la rete ospedaliera provinciale, che ha reagito in modo concertato, coordinato e coerente come se si trattasse di un unico ospedale. Questo è stato uno dei grandi vantaggi della fusione delle due aziende sanitarie fatta il 1° luglio 2017. Perché, ad esempio, abbiamo avuto due ospedali totalmente dedicati al Covid come Guastalla e Scandiano e sezioni Covid in altri ospedali e strutture della rete. Ho definito ad esempio l’ospedale di Guastalla “eroico” perché ha sostenuto a pieno regime l’impatto con l’epidemia modificando completamente la propria organizzazione.

All’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio i reparti chiaramente più sottoposti allo stress dell’emergenza sono stati il pronto soccorso, le malattie infettive, la pneumologia, l’area ad alta intensità di cura, aree di degenza internistica dedicate, radiologia, laboratori e naturalmente la terapia intensiva. Ma in realtà tutto l’ospedale ha dovuto adattarsi ad uno scenario ed un contesto emergenziale completamente nuovo, riorganizzandosi progressivamente in modo tempestivo con soluzioni che mai avremmo pensato di poter attuare in tempi ordinari. Perché aver dedicato fino a 700 posti letto Covid su 1.500 ha chiaramente inciso sull’organizzazione e sui percorsi clinico-assistenziali anche dei pazienti e dei reparti che hanno continuato a gestire la patologia no Covid. Pensiamo solo ai comparti operatori trasformati in terapie intensive.

Ma a nulla sarebbe valsa questa flessibilità e adattabilità organizzativa e strutturale senza l’impegno, l’abnegazione e il sacrificio del personale sanitario, tecnico e amministrativo che ha saputo spesso riconvertire le proprie funzioni in ragione dei nuovi bisogni, acquisire nuove competenze, adattarsi a modalità assistenziali mai sperimentate in passato. Ecco il nostro personale, tutto il personale, in primis quello in prima linea nell’assistenza, ma anche tutto quello che ha consentito di reggere questo impatto così acuto e tragico deve essere lodato perché ha veramente buttato il “cuore oltre l’ostacolo”».

Qual è, ad oggi, il bilancio strettamente numerico della pandemia nel nostro territorio, e qual è il consuntivo della risposta della sanità reggiana all’attacco del coronavirus?

«Alle ore 12 di venerdì scorso, se guardiamo il bilancio rispetto all’impatto sugli ospedali, i dati più significativi sono questi:

•15.000 tamponi eseguiti di cui 4.815 casi positivi (32%).

•3.600 accessi di casi positivi al pronto soccorso.

•2.038 ricoveri ospedalieri 8in gran parte per polmonite interstiziale).

•1.430 dimessi.

•387 decessi ospedalieri (età media 81 anni).

•Circa 7.500 tac effettuate al torace.

La fase più critica è stata nell’ultima decina di giorni di marzo in cui si è avuta la saturazione dei posti letto ordinari e di rianimazione dedicati al Covid e continuavamo a ricoverare 50-60 polmoniti al giorno. La notte del 26 marzo è stata la più critica, con oltre 610 ricoverati Covid abbiamo rischiato il default, cioè di non riuscire a dare risposta a tutti e quindi di dover prendere in considerazione anche l’ipotesi di un ospedale da campo come avvenuto a Piacenza. Fortunatamente non c’è stato bisogno, il giorno dopo abbiamo incrementato ulteriormente i posti letto e poi la situazione ha iniziato dapprima a stabilizzarsi e poi a decrescere. Oggi i ricoverati nei diversi ospedali sono 235 e di giorno in giorno i dimessi incrementano a scapito dei ricoveri».

Ma non è ancora ora di abbassare la guardia...

«No. Assolutamente no. Ma ci sono anche dati positivi. Abbiamo ad oggi 2.300 pazienti guariti con doppio tampone negativo eseguito, mentre i guariti clinicamente, cioè divenuti asintomatici in attesa dinegativizzazione sono oltre 760.

I pazienti in rianimazione si sono ridotti a 15 cioè al 25% della fase più critica. Si pensi che i posti letto in rianimazione in azienda erano 13 al Santa Maria Nuova e 6 a Guastalla. Siamo arrivati ad attivarne 60. Uno sforzo enorme con rianimatori ed anestesisti costantemente in servizio perché i posti si possono aumentare, i ventilatori anche, ma chi li deve gestire sono sempre gli organici. Con qualche aiuto insperato da parte di professionisti che hanno accettato di rimettersi in gioco pur di dare il loro contributo. In guerra si parlerebbe di volontari e riservisti richiamati alle armi che non si sono tirati indietro».

Personale sanitario: in quanti e come hanno lavorato e stanno lavorando nell’emergenza?

«Sull’impegno, la dedizione, la disponibilità, il sacrificio del personale sanitario (e anche non sanitario) ho già detto. Qualcuno li ha chiamati eroi. Sono professionisti che hanno accettato di svolgere un mestiere al servizio di altri, e che hanno un loro codice etico, deontologico e del “civil servant”. Spero che quando questa emergenza sarà terminata o comunque sotto controllo, la gente, l’opinione pubblica se ne ricordi perché negli ultimi anni non è stato così, e spesso la sanità pubblica è stata citata più per presunti casi di malpractice e per critiche di scarsa efficienza che per i suoi meriti. Spero che qualcuno abbia compreso cosa vuol dire in termini di garanzia per la salute di una comunità una sanità pubblica forte e un sistema universalistico».

Due rappresentazioni delle strutture durante la pandemia: prime linee di questo combattimento; oppure ospedali da campo di una battaglia che invece si svolge fuori, in strada, nelle case, con i nostri comportamenti?

«In un primo tempo abbiamo pensato di affrontare l’epidemia sul territorio tracciando i casi, i contatti, con analisi epidemiologiche, isolamenti domiciliari, misure igienico-comportamentali. Ma lo sviluppo dell’epidemia è stato impetuoso e travolgente ed a un certo punto ci ha costretto a spostare la linea difensiva sugli ospedali perché l’afflusso di pazienti era massiccio e per certi versi incontrollabile. In questa fase abbiamo adottato decisioni riorganizzative (sempre in contatto con lacomponente politico-istituzionale regionale e locale rappresentata dalla CTSS) in tempi rapidi perché non c’era tempo per una programmazione riflessiva e ponderata, cui eravamo abituati nel nostro settore. Basti dire che il 25 febbraio 2019 abbiamo approvato il nuovo Piano Attuativo Ospedaliero della Provincia dopo un anno di lavori, elaborazioni, condivisioni, concertazioni con le istituzioni. L’emergenza ha dettato tempi radicalmente diversi: in venti giorni la rete ospedaliera è stata stravolta. Da fine febbraio ha operato una unità di crisi aziendale che ha lavorato 24 ore continuative (giorno e notte) per dare risposte tempestive e appropriate all’evoluzione epidemiologica, prendendo decisioni drastiche per stare, come ho sempre detto ai miei collaboratori, “due passi avanti al virus”. Su questo ci ha aiutato il potere verificare cosa stava accadendo nei territori che prima di noi erano stati investiti , la Lombardia, Piacenza e poi Parma. Abbiamo cercato di anticipare il più possibile l’evoluzione dell’epidemia prendendo in considerazione anche gli scenari più pessimistici».

Eravamo preparati? Che cosa non ha funzionato? Che cosa ha funzionato?

«Penso che nessuno al mondo fosse preparato ad una cosa del genere. C’era chi aveva previsto lo “spillover”, il salto di specie dall’animale all’uomo di un qualche virus che avrebbe scatenato una pandemia, ma nessuno aveva minimamente previsto i suoi effetti. C’era stato il rischio con l’influenza H1N1 ma questo è stata una cosa completamente diversa. Questa è paragonabile alla pandemia della “spagnola” che c’è stata tra il 1918-1920. Nessuno di noi addetti ai lavori, clinici, virologi, epidemiologi, esperti di sanità pubblica aveva un’esperienza cui fare riferimento. Ci siamo trovati a navigare nell’incertezza e quindi ci siamo adattati strada facendo. Cosa ha funzionato? La capacità di reazione di un sistema sanitario pubblico che di solito viene descritto come un “pachiderma” lento e poco flessibile e che invece ha dimostrato di essere resiliente e innovativo di fronte ad un’emergenza mai sperimentata in passato. Cosa non ha funzionato? Col senno di poi lo vedremo: metteremo a confronto i diversimodelli sanitari su come hanno reagito e faremo delle valutazioni. Di certo d’ora in poi il sistema sanitario per come l’abbiamo conosciuto non sarà più come prima: dovremo rinforzare la sanità pubblica, le cure primarie, la ricerca, l’innovazione tecnologica, cose che sappiamo da anni ma che non sono state mai fatte con politiche strutturali e di lungo respiro. Penso solo a come un paese come il nostro, così arretrato sul piano della digitalizzazione, si sia trovato all’improvviso a dover far fronte alla implementazione di modelli tecnologici di teleconferenza, teleconsulto, smart working, tracciabilità dei dati, informatizzazione. Speriamo di poter apprendere dai nostri errori e che da questa tragica vicenda nascano spunti per una innovazione e una modernizzazione del nostro sistema, non solo sanitario».

Ci spieghi il sistema, la gestione, il ricorso, la modalità dei tamponi.

«I tamponi sono prelievi di secrezioni dal naso e dal faringe che poi vengono processati in laboratorio per evidenziare la presenza del virus. Sono molto specifici perché individuano il virus, un po’ meno sensibili perché producono qualche falso negativo, cioè il paziente ha il virus ma il tampone non lo rileva. È un test sofisticato che richiede prelevatori addestrati e formati al prelievo e laboratori dotati di una adeguata tecnologia ed expertise. Inizialmente solo tre laboratori in regione erano accreditati: Parma, Bologna e la Romagna (Pievesistina). Reggio Emilia inviava i propri tamponi su Parma così come Piacenza, ma ben presto ci si è accorti che la domanda era molto più alta della capacità di soddisfarla per cui nei primi tempi si sono formate delle code , e così alcuni pazienti ricoverati con sintomi clinici suggestivi da Covid rimanevano per giorni in attesa di conferma. La Regione ha prontamente compreso che si era creato un “collo di bottiglia” ma, ad onor del vero, nessuno aveva ipotizzato un impatto così massiccio in così poco tempo, per cui sono stati autorizzati altri laboratori tra cui quello di Reggio, che grazie ad una tecnologia già presente è riuscito a rendersi autonomo per i bisogni della provincia. Siamo passati da 100 tamponi al giorno ad una produzione che può arrivare a 900. Questo ha velocizzato tutti i percorsi di ricovero e poi ci ha consentito in una seconda fase di poter effettuare tamponi sul territorio negli ambulatori Covid, nei cosiddetti drive- in, nelle case protette e a domicilio».

La situazione, ora, nelle Rsa reggiane?

«La criticità nella residenze per anziani che è internazionale e nazionale, a Reggio si è fortunatamente manifestata in un secondo tempo quando cioè gli ospedali erano meno “assediati” e questo ci ha consentito di spostare risorse professionali, mediche e infermieristiche, su queste strutture. Va da se che nelle strutture protette per anziani è ospitata una popolazione fragile per la quale l’infezione da Covid può essere un cofattore importante di morbilità e mortalità. Noi siamo intervenuti come consulenti e a supporto degli enti gestori anche inserendo nostro personale formato come le équipe multidisciplinari composte da infettivologo, geriatra e palliativista, oppure infermieri esperti e formati o anche con tutor in grado di dare indicazioni rispetto alle norme igienico-sanitarie. Siamo poi intervenuti facendo tamponi in modo massiccio a tutti gli ospiti delle CRA dove vi erano casi di positività. Va da sé che i pazienti più compromessi sono stati ospedalizzati nelle nostre strutture».

Con questa esperienza è improrogabile il potenziamento di determinati reparti e strutture. Da dove si comincia, e come?

«Penso che per un po’ di tempo dovremo convivere con il Covid e non abbassare la guardia. Sappiamo ancora troppo poco su questo virus e sui suoi comportamenti. Basta vedere i dibattiti televisivi tra gli esperti o i presunti tali. Di certo gli ospedali dovranno strutturare percorsi e degenze strutturate a questa patologia per non farsi più cogliere impreparati e quindi penso ad un potenziamento dei Pronto Soccorso, malattie infettive, pneumologia, terapia intensiva, riabilitazione respiratoria. Ma la battaglia va giocata sul territorio con l’identificazione precoce dei casi, l’isolamento e il contenimento del contagio. Come dicevo ai miei collaboratori la battaglia è “casa per casa, porta a porta”. Per questo dovremo rivedere e potenziare il dipartimento di sanità pubblica, l’epidemiologia e soprattutto le cure primarie, perché i medici di medicina generale, di continuità assistenziale saranno il primo argine in caso di riaccensione epidemica. Per questo occorreranno risorse: da oltre 40 anni parliamo di potenziamento delle cure primarie per affrontare la cronicità e l’abbiamo fatto poco e male. Questa epidemia ci obbliga a riconsiderare il territorio e restituire agli ospedali il loro ruolo per i pazienti acuti, urgenti e complessi. Si pensi che per anni abbiamo parlato di accessi inappropriati ai pronti soccorso e di colpo, l’epidemia, li ha desertificati».

Fase 2. Com’è il mondo esterno visto dalle strutture sanitarie? Che cosa si teme, che cosa si spera?

«Non ho la sfera di cristallo. Ciò che noi sanitari temiamo è che un allentamento delle misure restrittive ma soprattutto dei comportamenti dei cittadini consentano al virus di trovare terreno fertile per riaccendersi. D’altronde siamo consapevoli dell’impatto dell’emergenza sull’economia, il tessuto sociale e produttivo, il benessere psico-fisico del singolo e della collettività. La speranza è che la responsabilizzazione dei singoli cittadini e dei gruppi sociali consenta di mantenere l’epidemia sotto controllo e di convivere con questa nuova patologia che non sparirà tutto d’incanto».

I reggiani come si sono comportati e come dovranno comportarsi?

«A livello regionale ho sentito affermare più volte dal commissario straordinario Venturi, che saluto e ringrazio per l’enorme e proficuo lavoro che ha svolto, che i reggiani si sono comportati bene rispetto ad altri territori. Onestamente non saprei. Di una cosa sono certo: senza le ordinanze restrittive e il rispetto delle regole, per quanto dure e impopolari, noi della sanità saremmo stati travolti. Se questo non è accaduto probabilmente lo dobbiamo anche al rispetto ed alla responsabilità dei cittadini reggiani».