La discesa dall’Appennino, gli ultimi spari e poi finalmente la gioia della libertà

Istoreco ha raccolto le memorie dei partigiani e delle partigiane che fecero la Resistenza combattendo fino al 24 aprile Anita “Laila” Malavasi: «Prima di tornare a Reggio mi è venuta una grande tristezza per i morti che avevo lasciato»

REGGIO EMILIA. Ricordi di spari, di sorrisi, di sangue. Oggi Reggio Emilia celebra 75 anni esatti dalla sua Liberazione, dal giorno in cui i partigiani e le truppe alleate entrarono in città scendendo dalle montagne e risalendo da est dalla via Emilia. Una giornata di festa, nell’immaginario collettivo, ma anche una giornata di confusione e di morte, con le ultime sporadiche vampate del conflitto che aveva devastato l’Europa e, in Italia, portato alla guerra civile. Di quei momenti rimangono foto, sparuti video, resoconti e riflessioni. E le parole di chi li ha vissuti.

Nel 2006 e nel 2007, un progetto europeo chiamato ERA (European Resistance Archive) ha raccolto testimonianze di resistenti di tutto il continente, donne e uomini che avevano combattuto in mille modi contro il nazismo e le dittature instaurate nei loro paesi.


Per l’Italia, ERA è stato seguito da Istoreco, l’istituto storico reggiano, coinvolgendo partigiane e partigiani del territorio. Una cartolina di primissima mano della guerra, della Resistenza e del giorno della festa.

CAMILLO “MIRCO” MARMIROLI

Il partigiano Camillo “Mirco” Marmiroli torna al momento in cui il battaglione che comandava iniziò la discesa dall’Appennino: «Ero a Cervarezza con il mio battaglione di 100-120 partigiani, e poi dopo siamo venuti giù dallo Sparavalle, siamo arrivati a Castelnovo Monti e lo abbiamo ingrossato ancora, sempre a piedi: è stato un momento bello, di felicità, di tranquillità. Poi siamo arrivati anche a Reggio, tutti orgogliosi: ogni tanto c’era qualche mascalzone di loro che ci sparava ancora schioppettate, così nelle case nascosti, i franchi tiratori sono chiamati. Infatti abbiamo avuto anche un mio amico lo hanno ammazzato a Cà di Rocco, lì a San Pellegrino di fianco alla chiesa, un rimbambito sopra la chiesa, dopo lo hanno ammazzato anche lui, insomma gente che non si arrendeva. Del resto è stata una grande manifestazione, una grande festa ecco».

PIERINO “GIGI” BEGGI

Di guerra sino all’ultimo parla anche Pierino Beggi, il gappista “Gigi”, con una ricostruzione di quanto avvenne in centro: «Andiamo sul tetto, perché per vedere sulla Madonna della Ghiara che sparano. Dopo siamo andati sul tetto ma non si vedeva niente. Siamo scesi, siamo andati là vicino alla torre, abbiamo trovato il campanaro, quello che suonava le campane, e gli dico come si fa ad andare su lì, “A beh vai su di lì. Sali piano piano”. Va beh. Infatti siamo arrivati sul tetto che c’erano piazzati tre della brigata nera con la mitraglia 37 Breda, non avevano mica...».

Il racconto del partigiano “Mirco” Marmiroli prosegue: «Io lì ho gridato: “Fermi tutti mani in alto!”, e infatti si sono alzati e quando hanno visto il mitra puntato hanno alzato le mani e: “No non sparate non ammazzateci, vi indichiamo dove sono gli altri”. “Va bene dove sono gli altri?”. “Venite con noi ve lo indichiamo”». E così trovarono i fascisti: «Erano nascosti lì dalla Luna a Porta Castello – ricorda Marmiroli – nel sotterraneo e c’era un plotone lo chiamavano loro, erano poi una trentina».

GIOVANNA “LIBERTÀ” QUADRERI

Si torna all’avanzata dalle montagne con Giovanna Quadreri di Marola di Carpineti, la partigiana “Libertà”, attiva sin da giovanissima assieme alla sorella.

«Il 24 aprile noi siamo venuti giù da Baiso, siamo andati, ci siamo fermati dall’avvocato Grandi, che era poi il grande complice a Viano, ci aveva preparato un bel pranzo a tutti noi del “Gufo Nero” e a quelli che c’erano, agli inglesi, c’eravamo in tanti. Poi, prima che finissimo di mangiare mi hanno mandato già avanti, vai a vedere, vai a se possiamo partire, perché ormai... Sì però si sentiva sparare, sparavano ancora tanto era ancora il tempo dei tedeschi o dei fascisti che erano ancora in giro tutti armati e allora volevano fare resistenza. Allora c’era paura».

Paura poi svanita: «Della paura e dell’emozioni, tante. Quando siamo arrivati a Reggio è stata una cosa, ah... Talmente bella, proprio con la cosa, io non so se la gente pensava che fosse finita o se c’era ancora da pensare che la guerra non era ancora finita, però la gioia di tutti deve essere stata grande come la mia e come quella di tanti, ecco. Solo che noi, io e mia sorella il giorno dopo siamo andate via subito che mia sorella era un anno che non vedeva mia madre».

ANITA “LAILA” MALAVASI

Aveva ancora i postumi di una ferita una delle partigiane reggiane più note, “Laila”, nome di battaglia di Anita Malavasi, originaria di Roncolo di Quattro Castella.

«Come sono guarita m’hanno dato ordine di andare al comando di brigata. Dal comando di brigata mi hanno detto: “Oggi, adesso spostiamo tutte le donne e formiamo una formazione di donne che deve, con il compito... – lo chiamavano “ufficio informazione”, cioè servizio informazione – con il compito di mantenere il collegamento con la brigata e il collegamento. E io sono andata a Vetto, sono andata a Vetto e ho aspettato che arrivassero tutte le altre partigiane. Io ero quella con il gruppo».

Ed aveva responsabilità: «Venne giù il commissario e mi dice: “Laila, te la senti di prendere la responsabilità del gruppo? Tu sarai il comandante delle staffette, la responsabile del gruppo delle staffette che operano in questa formazione”. Io dico di sì, ho detto di sì e abbiamo cominciato a operare con tutto il gruppo».

Con le precauzioni del caso: «Quando mi spostavo io ero sempre armata, a seconda dei posti dove andavo, se mi spostavo di notte tenevo la rivoltella che poteva anche ammazzare qualcheduno; se mi spostavo in zone pericolose, prendevo, avevo una piccola rivoltella, una Beretta, una 6 e qualche cosa, che adesso non mi ricordo bene il calibro». Si arriva poi alla Liberazione: «Quando al comando di brigata mi hanno detto che si tornava a Reggio, eravamo lì a Gottano. Mi son messa a sedere su un sasso fuori Gottano e vedevo tutte le montagne, i boschi, e mi è ritornato alla mente, cioè ho rivissuto tutto il periodo della guerra partigiana, i boschi. E mi è venuta una grande tristezza, non perché lasciavo quel posto, ma perché avevo lasciato tanti morti».

FERNANDO “TONI” CAVAZZINI.

Comandava la squadra di sabotatori “Demonio”, temutissima dai fascisti, il partigiano Fernando Cavazzini di Cella, nome di battaglia “Toni”, scomparso alcuni anni fa. Anche il 24 aprile lo passò all’azione: «Dopo che abbiamo fatto saltare i ponti dovevi andar giù, con la tua squadra a Reggio, e al Buco del Signore per sentire le situazioni che c’erano. Poi alle 8 arriverà la 26° brigata per l’entrata in città. Perciò il mio compito era far saltare i ponti per fermare i tedeschi. E secondo, il giorno del 24 partire e arrivare al Buco del Signore. Abbiam fatto saltare i ponti, e alla sera alle 5 ero al Buco del Signore con tutta la mia squadra. È stato... ho lasciato la montagna, una famiglia che era molto brava... piangevamo tutti, perché ci staccavamo insomma».

Giunti a Reggio, «siamo arrivati a porta San Pietro. Abbiamo attraversato la circonvallazione, che c’era in corso una colonna alleata a piedi che passava che masticavano il chewing-gum, noi non sapevamo cos’era il chewing-gum, masticavano e inoltre non si sentivano a passare perché avevano le scarpe con il caucciù sotto, con la gomma, invece noi facevamo un casino tremendo. E siamo entrati da San Pietro e avanti siamo arrivati fino in centro, poi abbiamo fatto delle postazioni. Mi ricordo che sono andato a mangiare con la mia squadra e altri, lì in piazza Prampolini, andando verso il municipio, a destra, lì c’era il ristorante, abbiam mangiato lì... una minestrina. Eravamo intossicati di formaggio, guarda che mangiavi per mesi formaggio e pane e pane e burro, ma io ero più fortunato perché ero sempre in giro, in particolare in collina, la bassa, e allora succedeva che noi andavamo a mangiare nelle famiglie, e allora il trattamento era tutta una cosa diversa, in poche parole».

FRANCESCO “VOLPE” BERTACCHINI

Il 23 aprile non aveva dormito per l’emozione, il partigiano Francesco Bertacchini, “Volpe”. «Io di notte sicuramente non sono riuscito a dormire: o perlomeno stavi lì a fare un pisolino ma il sapere di andare giù era una cosa tanto emozionante», ricorda.

Dalla montagna il suo gruppo è arrivato a Quattro Castella, dove vedono un autoblindo: «“Dai dai dai che sono i tedeschi! Dai dai dai che sono i tedeschi!” allora via ci prepariamo tutti quanti... Era un autoblindo con un nero sopra! Aveva un sigarone lungo così, là che lo fumava! Siamo arrivati lì, hanno visto che noi siamo partigiani, allora si sono fermati, sono venuti giù, ci siamo abbracciati... Era poi un brasiliano quello lì, ha buttato il sigaro verso la riva del prato e io come ho visto, “zum!” vado a prenderlo, l’ho spento poi me lo sono messo lì, perché noi fumavamo solo delle foglie di noce o foglie di ciliegio, e lui mi fa “No, no! Toh!” me ne ha dato uno e ha voluto che buttassi via quello là, perché lo aveva adoperato lui. Dopo ci hanno dato un pezzo di cioccolata». —